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Il debito di Eurolandia muove i money market fund

Archiviato lo stallo sul tetto al debito federale degli Stati Uniti, sospesa momentaneamente l'incertezza sul possibile declassamento del rating degli Usa, i fondi del mercato monetario americani si sono concentrati nuovamente sull'altro tema che li ha preoccupati nelle ultime settimane, e cioè la crisi del debito sovrano in Europa, la seconda destinazione più importante dei loro investimenti.

Anche se i prossimi dati settimanali sui riscatti dai money market funds non saranno pubblicati prima di giovedì (quelli delle due settimane precedenti erano stati pesantemente negativi: 62 miliardi di dollari di deflussi da parte degli investitori, di cui 37 solo nell'ottava chiusa il 27 luglio), i gestori di questo tipo di fondi, secondo informazioni di mercato, potrebbero aver deciso di farvi fronte alleggerendo l'esposizione sull'Europa. I fondi del mercato monetario, popolarissimi fra gli investitori americani (hanno attività per oltre 2.600 miliardi di dollari), hanno come obiettivo principale la salvaguardia del capitale e per questo il loro portafoglio è composto da attività a breve o brevissima scadenza e il più possibile sicure.

È stato lo stesso presidente della Fed, Ben Bernanke, a sollevare la questione del legame dei money market funds con i problemi europei, in particolare delle banche. «Con poche eccezioni – ha detto di recente – i fondi del mercato monetario non hanno molta esposizione diretta ai tre Paesi periferici che attualmente hanno problemi di debito (Grecia, Irlanda e Portogallo ndr). Hanno però una notevole esposizione alle banche dei Paesi del centro dell'eurozona come Germania e Francia. Ciò desta alcune preoccupazioni per i money market funds». Il problema è reputato sufficientemente importante da esser oggetto di analisi da parte del Financial Stability Oversight Council, organo di vigilanza creato dopo la crisi degli anni scorsi. Nel suo primo rapporto, appena pubblicato, il Council osserva che alcune importanti banche europee ottengono una sostanziale raccolta a breve sul mercato Usa dai money market funds.

L'Italia sta in una categoria di mezzo: se l'esposizione di questi fondi a Grecia e Portogallo è zero e quella all'Irlanda a 119 milioni di dollari, secondo dati della Sec citati dal Council, l'Italia, come la Spagna, è un gradino sopra, attorno ai 10 miliardi di dollari, ben lontana però da Paesi come Francia, Germania e Olanda (in totale 450 miliardi di dollari). Le sue banche non sono esposte alla periferia d'Europa, come quelle francesi e tedesche, ma al debito pubblico italiano, e anche questo ha cominciato a essere di dubbia affidabilità.

Al di là delle vicende europee, sul prossimo futuro dei money market fund c'è l'incognita del declassamento del debito Usa, anche se, formalmente, un semplice abbassamento del rating di un gradino non ha ripercussioni sui titoli che questi fondi possono detenere in portafoglio o utilizzare come collaterale per le operazioni di pronti contro termine. Diverso il discorso sull'impatto psicologico che un downgrading potrebbe avere sugli investitori.

Non c'è dubbio che i fondi del mercato monetario siano oggetto di molta attenzione da parte delle autorità americane. Se non altro perché il 40-45% dei Treasuries a breve è detenuto dai money market funds. Il rischio di una possibile fuga da questi fondi è considerato, dice ancora il Financial Stability Oversight Council, una delle vulnerabilità strutturali del sistema finanziario. Proprio perché creati per proteggere il capitale, sono soggetti all'esodo degli investitori ogni volta che compaia la possibilità di perdite. Per ora, non c'è una fuga, ma certamente un segnale del cambiamento di preferenze degli investitori, contenuto nei dati delle ultime settimane. Crane Data, una società che segue i money market funds, ha rilevato un deflusso di 17 miliardi di dollari nei soli primi tre giorni della scorsa settimana dai fondi che investono solo in titoli di Stato, fenomeno certamente legato all'incertezza sull'innalzamento del tetto al debito federale e a un possibile default, anche se temporaneo, degli Usa.

I fondi si stanno comunque posizionando aumentando la percentuale di liquidità e abbreviando ulteriormente l'orizzonte temporale dei propri investimenti. Quest'ultimo, secondo alcuni analisti, potrebbe creare un problema soprattutto per la raccolta delle banche. In parte, il comportamento dei gestori risponde alle nuove regole entrate in vigore dopo il 2008. Queste richiedono ai money market funds di tenere il 10% del portafoglio in strumenti che possano esser convertiti in contanti in un solo giorno e il 30% entro cinque giorni. Molti fondi, secondo stime di mercato, sono andati al di là delle soglie minime imposte dai regolatori.

I money market funds sono peraltro investimenti a basso rendimento e a questo punto la piccola differenza che c'è rispetto ai conti correnti bancari non viene giudicata da molti risparmiatori sufficiente a coprire il rischio. Anche perché, in base alla riforma delle regole della finanza approvata con la legge Dodd-Frank del luglio 2010, i conti correnti bancari a interesse zero sono coperti da una garanzia federale fino alla fine del 2012 per un ammontare illimitato. Ciò ha fatto aumentare i depositi tenuti in questi conti correnti da 2100 miliardi di dollari a fine 2009 a 2400 miliardi di dollari alla fine dell'anno scorso, in parte a scapito dei fondi del mercato monetario.

Questi sono un ingranaggio relativamente poco conosciuto dai non addetti ai lavori, ma decisivo per il finanziamento a breve di tutta l'economia e che si è già inceppato una volta, dopo il collasso di Lehman Brothers. Gli eventi di queste settimane mostrano come le loro difficoltà possano estendersi al di là dei confini degli Usa.

 

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