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Il debito cinese minaccia le banche

di Luca Vinciguerra

Moody's mette in dubbio le cifre di Pechino e lancia un allarme sul debito delle amministrazioni locali cinesi.

«L'esposizione finanziaria degli enti locali potrebbe essere di 3.500 miliardi di yuan superiore a quanto stimato dagli auditor governativi» ha ammonito ieri l'agenzia di rating, secondo la quale il buco di cassa supplementare da 375 miliardi di euro sfuggito ai contabili di Pechino getta un'altra, pesante ombra sulla solidità del sistema bancario cinese, già messo a dura prova dalle sofferenze causate dalla bolla immobiliare.

La settimana scorsa, al termine di una lunga e complessa indagine sullo stato di salute della finanza locale, il Governo cinese aveva snocciolato delle cifre da far tremare i polsi: alla fine del 2010, il debito accumulato dalle amministrazioni decentralizzate ammontava a 10.700 miliardi di yuan, vale a dire qualcosa come 1.150 miliardi di euro.

L'emersione di questo buco contabile, che da tempo gli esperti avevano individuato come un inquietante fattore d'incertezza nella valutazione delle finanze pubbliche cinesi, ha cambiato drasticamente dimensioni e consistenza del debito pubblico del Dragone.

Se fino a poco tempo fa, infatti, sulla base dei dati ufficiali, il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo si aggirava poco sopra il 20%, ora la situazione appare ben peggiore. «Se sommiamo il debito locale a quello accumulato dal Governo centrale, dalle tre banche di sviluppo nazionale e dal Ministero delle Finanze, scopriamo che il totale del debito pubblico cinese ammonta a poco più del 60% del Pil» osserva Wei Yao, economista di Société Générale. I più pessimisti ritengono che lo squilibrio patrimoniale di Pechino si aggiri addirittura intorno al 70 per cento.

Ma a spaventare non è tanto la dimensione moloch dell'esposizione finanziaria accumulata dagli enti locali. Anche nella peggiore delle ipotesi sulla reale consistenza di quest'ultima, infatti, il rapporto tra debito pubblico e Pil del Dragone resterebbe comunque ben al di sotto di quello dei paesi europei, degli Stati Uniti e del Giappone. A garantire la solidità finanziaria del Paese, inoltre, c'è anche un gettito fiscale che aumenta al ritmo del 20% l'anno.

A spaventare è piuttosto la rapidità con cui il bubbone del debito locale si è accresciuto e si è deteriorato. La progressione è davvero spaventosa: dal 1997 al 2010, il debito degli enti locali è aumentato di 36 volte in termini nominali e di ben 5 volte se calcolato in rapporto al Pil.

Questa enorme massa di denaro pubblico è stata destinata prevalentemente allo sviluppo di progetti infrastrutturali. Utili e meno utili, come ha evidenziato polemicamente negli ultimi tempi la stampa cinese. Progetti che hanno conosciuto una formidabile accelerazione nel 2008 quando, per reagire alla crisi economico-finanziaria internazionale, la Cina varò un piano di stimolo dell'economia da 600 miliardi di dollari in cui le grandi opere pubbliche hanno fatto la parte del leone.

Ma ora le banche che hanno generosamente prestato i quattrini alle amministrazioni locali (mentre li prestavano altrettanto generosamente sotto forma di finanziamenti ai palazzinari e sotto forma di mutui alle famiglie, alimentando così la bolla immobiliare) rischiano di restare con il cerino in mano.

«Un eventuale aumento dei default sui debiti delle amministrazioni locali potrebbe spingere al 12% il rapporto tra sofferenze bancarie e impieghi delle banche cinesi, ben oltre quindi lo scenario migliore che le stima in un range compreso tra il 5 e l'8 per cento», afferma Moody's nel suo ultimo rapporto in cui svela l'esistenza di altri 3.500 miliardi di yuan di buco in capo agli enti locali. L'agenzia di rating conclude la sua nota con un chiaro avvertimento a Pechino: se il Governo non varerà rapidamente un piano di risanamento del debito locale, l'outlook sul sistema bancario cinese potrebbe diventare di segno negativo.

 

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