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Il datore di lavoro (anche fittizio) risponde

Risponde penalmente per gli effetti di un incidente sul lavoro il titolare dell’impresa anche se trattasi di un parente che ha fittiziamente simulato tale ruolo, essendo nei fatti sostituito totalmente dal padre.https://4f259497bd7660342c307e218ba0da69.safeframe.googlesyndication.com/safeframe/1-0-38/html/container.html

E’ questo l’importante principio sancito da una recente sentenza dalla Cassazione penale (IV Sez. n. 11686 del 2021) con la quale ha rigettato i ricorsi presentati. La vicenda riguardava un dipendente con mansioni di operaio che aveva avuto un grave incidente mentre stava svolgendo attività lavorative, riportando lesioni guarite dopo più di quaranta giorni.

Dalle indagini di rito era emerso che l’accaduto era avvenuto nel primo giorno in cui questi si era recato sul cantiere e non fosse a conoscenza della mancanza di un parapetto. Inoltre, non era stato inviato sul luogo dall’imputato e cui facevano capo tutte le decisioni assunte. Il legale rappresentante dell’azienda-datrice di lavoro, citato in giudizio, era il figlio C.E., che agiva quindi da prestanome nei confronti del padre, che era nel frattempo deceduto dopo il verificarsi dell’infortunio.

Il Tribunale di Gela (confermata in appello), pur riconoscendo il ruolo di prestanome, aveva condannato il figlio, quale legale rappresentante della società – riconoscendo inoltre responsabile la società ai sensi della normativa 231 (art. 25-septies).

La Corte ha ritenuto il ricorso inammissibile dal momento che risultava dimostrato che sul cantiere non erano state poste in atto le misure di sicurezza necessarie ad evitare la precipitazione e che il lavoratore non era stato formato e informato. Inoltre non risultavano essere state concesse deleghe al fittizio datore di lavoro in materia di sicurezza sul posto di lavoro.

La Cassazione ha stabilito che «la circostanza che accanto all’imputato vi fosse la figura del padre, quale soggetto più esperto, aggiungerebbe profili di responsabilità ascrivibili in capo a coloro i quali, accanto al datore di lavoro, avessero di fatto impartito e gestito l’attività, senza escludere, comunque la responsabilità originaria del datore di lavoro (…) a nulla rilevando la circostanza che, in concreto, (…) l’imputato non si trovasse a Gela ma a Rimini per partecipare ad un corso di formazione. A tale riguardo, infatti, permane la responsabilità del datore, nella qualità di garante per la sicurezza dei lavoratori, ancorché non presente sui luoghi di lavoro, dovendo individuare in tal caso un soggetto responsabile preposto alla vigilanza e al controllo della normativa antinfortunistica. E’ emerso, invece, che presso il cantiere ove si era verificato l’incidente, non vi fosse né l’imputato né il padre e che, pertanto, non vi fosse nessuno a controllare e a vigilare sulla sicurezza dei luoghi di lavoro e sul rispetto della normativa antinfortunistica».

Alla luce di quanto affermato consegue che il legale rappresentante di una società è sempre destinatario degli obblighi di protezione antinfortunistica anche qualora agisca come mero prestanome.

Secondo la Corte «il rappresentante legale è garante per la sicurezza dei lavori, anche se non presente fisicamente sul luogo di lavoro stesso». Infine ai sensi della legge 231/2001, anche l’ente va ritenuto responsabile. «La società non si era dotata di un piano di formazione di informazione dei lavoratori sul rischio nel luogo di lavoro adeguato, non erano stati attuati presidi di sicurezza e alcun Modello di gestione 231 idoneo a prevenire reati (come quello verificatosi) era stato adottato prima della commissione del fatto».

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