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Il curatore può opporsi alla confisca

Il curatore può intervenire per ottenere l’annullamento della confisca disposta sui beni della società sulla base del decreto 231 del 2001. Lo stabilisce la Corte di cassazione con la sentenza n. 48804 della quinta sezione penale depositata ieri. Per la Cassazione infatti il professionista, in questo caso, deve essere ritenuto rappresentante di interessi qualificabili come diritti di terzi in buona fede sui beni oggetto di confisca; in altre parole deve essere considerato come un garante dei diritti dei creditori. Il giudice, pertanto, dovrà valutare nel merito se le esigenze cautelari che hanno condotto all’applicazione della confisca sono prevalenti sulla posizione dei creditori stessi. La Corte ha così accolto il ricorso presentato da un curatore che si era visto negare la titolarità a proporre l’impugnazione contro un’ordinanza del tribunale di Bari che aveva disposto la confisca dei beni di una Srl.
La Corte di cassazione precisa innanzitutto che, se è condivisibile, in linea di massima, il non ritenere terzo chi utilizza il profitto del reato «altrettanto non lo è che il curatore del fallimento di un’impresa, nelle disponibilità della quale siano confluiti i proventi di un’attività criminosa, si trovi in una posizione di questo genere». Non si può sostenere, infatti, avverte ancora la sentenza, che il curatore faccia uso dei beni illeciti presenti nell’attivo fallimentare: è lui a essere incaricato dell’amministrazione dei beni stessi nell’interesse dei creditori ammessi alla procedura concorsuale. I creditori stessi, inoltre, sono portatori di diritti precisi alla conservazione dell’attivo nella prospettiva della migliore soddisfazione dei loro crediti ed è l’azione del curatore a dare loro riconoscimento e tutela.
In questo senso, è significativo che un precedente delle Sezioni unite penali della Cassazione (la n. 29951 del 2004) attribuisca al curatore, nello svolgimento dei suoi compiti di amministrazione del patrimonio fallimentare, la legittimazione a proporre istanza di revoca e di riesame del provvedimento di sequestro preventivo e di ricorrere eventualmente in Cessazione. Al curatore viene così riconosciuta la possibilità di agire in giudizio in una posizione diversa da quella del fallito: si tratta di un’azione che ha come obiettivo la reintegrazione dell’attivo a tutela della platea dei creditori che sono senza dubbio terzi rispetto alle vicende personali del fallito.
Questa condizione di terzo deve così essere trasferita anche al curatore che agisce in rappresentanza dei creditori in accordo con la giurisprudenza civilistica. Se peraltro al curatore non fosse riconosciuta al curatore la possibilità di intervenire giudizialmente nella procedura di confisca dei beni a tutela dei diritti dei creditori, questi ultimi sarebbero del tutto esclusi dalla protezione che lo stesso articolo 19 del decreto 231 del 2001 riconosce ai terzi in buona fede con possibili profili di contrasto con la Costituzione. Infine, a sostegno delle conclusioni della Cassazione, c’è anche il limite, introdotto nel medesimo articolo, della possibilità di restituire al danneggiato parte del profitto stesso, escludendolo dalla confisca. Anche in questo caso, se la figura del danneggiato coincide con quella del creditore, non ci sarebbe tutela in caso di mancato intervento del curatore.

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