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Il curatore non può opporsi al sequestro 231

Il curatore fallimentare non può impugnare il provvedimento di sequestro disposto per la responsabilità dell’ente. Sarà poi il giudice penale e non quello fallimentare a verificare il fondamento delle ragioni dei terzi per accertare la loro buonafede. Le Sezioni unite della Cassazione, con la sentenza 11170, sciolgono i dubbi sulle competenze che sorgono quando una società, finita nel mirino per i reati commessi dai suoi vertici, viene dichiarata fallita dopo l’ammissione al concordato preventivo, nel corso del procedimento per accertare la responsabilità dell’ente.
È quanto avvenuto nel caso esaminato in cui i beni appartenenti a due società erano stati acquisiti alla massa attiva fallimentare mentre sugli stessi gravava anche un sequestro adottato dal giudice per l’udienza preliminare in linea con quanto previsto dal Dlgs 231/2001. Un provvedimento, possibile anche per equivalente, imposto dalla norma, che analogamente a quanto avviene con il sequestro conservativo, tende a preservare i beni acquisiti in modo illecito in vista della confisca conseguente all’accertamento del reato. Un vincolo, pubblicamente rilevante al quale lo Stato non può rinunciare, indispensabile al pari di quello posto sui beni del fallito con l’apertura di una procedura concorsuale.
Due vincoli obbligati che possono coesistere senza ostacolarsi a vicenda e senza pregiudicare gli interessi dei creditori, come invece sostenevano i curatori ricorrenti, anzi rafforzandoli.
Una corretta interpretazione proprio della 231 porta, infatti, a concludere che, in caso di beni confiscati nel mezzo di un procedura fallimentare, lo Stato si potrà insinuare solo al termine di questa facendo salvi i diritti dei terzi acquisti in buona fede.
Le Sezioni unite negano però che, analogamente a quanto accade in materia di prevenzione antimafia, si possa affidare al giudice fallimentare la verifica del diritto e desumere la buona fede affidandosi al Codice civile (articolo 1147 comma terzo). Per il Supremo collegio titolarità del diritto e buona fede devono rientrare nel raggio d’azione del giudice penale sia in sede di cognizione che di esecuzione.
A deporre in favore della competenza del giudice penale ad accertare i fatti, oltre che la corretta lettura dell’articolo 19 del Dlgs 231/2001, è lo stesso concetto di buona fede, diverso da quello dettato dal Codice civile. In sede penale pesa, infatti, ai fini della tutela, anche la colpa nel non aver osservato le regole di cautela. Sarà poi l’interessato, che si proclama estraneo al reato, a dimostrare la regolarità del suo titolo d’acquisto e la buona fede che lo caratterizza. Per finire è esclusa la possibilità per il curatore, che non ha alcuna titolarità sui beni, di agire in rappresentanza dei creditori, i quali a loro volta non hanno nessun titolo valido per la restituzione dei beni sequestrati prima della fine dalla procedura. Infine, precisano le Sezioni Unite, è assai dubbio che il curatore possa avere un interesse concreto giuridicamente tutelabile per opporsi a sequestro e confisca. La massa fallimentare della cui integrità è garante, non subisce nessun pregiudizio: lo Stato potrà, infatti, far valere i suoi diritti, salvando quelli dei creditori, solo alla fine della procedura fallimentare.

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