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Il cuore digitale delle start up

Investendo 300 milioni nelle primissime fasi delle start up italiane, l’impatto sul Pil potrebbe essere di almeno 3 miliardi in dieci anni: una resa pari a dieci volte le risorse investite, secondo i calcoli effettuati dall’Osservatorio start up della School of management del Politecnico di Milano.
Le stime sono state realizzate sulla base di una critica trasposizione di alcune ricerche internazionali e prendendo come riferimento la stessa cifra, 300 milioni, messa a disposizione in Germania dal fondo High-Tech Gruenderfonds, che ha avuto un ruolo chiave nell’avviare il sistema tedesco delle start up. La Germania può vantare, nel 2011, ben 544 operazioni di investimento in start up, per un valore di 431 milioni, mentre l’Italia ne conta appena 106, per 82 milioni di finanziamenti. Con una metafora calcistica, Germania batte Italia 5 a 1. Ma anche Francia e Regno Unito sono molto più avanti di noi (si veda la scheda in pagina). C’è da precisare che questi numeri considerano solo le start up finanziate da investitori istituzionali (società di investimenti, fondi comuni, Sicav, fondi pensione), mentre sfugge alle ricerche un volume ben superiore di start up finanziate da investitori “informali”, quali business angel, family office, friends&family.
«In Germania i 300 milioni di investimenti seed hanno attivato un circolo virtuoso di finanziamenti privati – spiega Andrea Rangone, responsabile scientifico dell’Osservatorio start up e dell’Osservatorio agenda digitale della School of management del Politecnico di Milano –. Se ci riuscissimo anche in Italia, avremmo sul Pil un impatto molto maggiore di tre miliardi».
In base al monitoraggio dell’Osservatorio, in Italia ci sono poco più di una ventina di investitori istituzionali realmente attivi nel finanziamento delle start up, a cui si aggiungono una decina di incubatori privati, che forniscono anche risorse e servizi a valore aggiunto, e una trentina di incubatori universitari che però forniscono solo servizi, dagli spazi attrezzati al trasferimento tecnologico; gli investitori “informali” sono un centinaio, tra business angel e family office.
Nelle economie mature, come la nostra, la crescita è dovuta in buona parte alle nuove imprese che sorgono, in particolare, nei settori hi-tech. In Italia, l’Ict pesa per quasi la metà degli investimenti in start up (il 60% negli Usa), «per questo – spiega Rangone – l’Osservatorio, nato all’inizio di quest’anno, ha concentrato l’attenzione per ora su quest’ambito, e in particolare sul mobile, mercato nel quale l’Italia ricopre una posizione di leadership a livello internazionale, con alcune aziende che stanno ottenendo risultati di grande rilievo» (si vedano la grafica a fianco e l’articolo in pagina).
Il decreto sviluppo bis ha dedicato alle start up un’importante sezione. «Senz’altro positiva l’attenzione sul tema e il varo di norme che agevoleranno le fasi di nascita, gestione e anche chiusura – commenta Rangone –; la defiscalizzazione degli investimenti in start up, sia per le imprese che per le persone fisiche, favorirà un flusso ingente di capitali privati nei prossimi anni. La nota dolente è che il decreto non ha previsto risorse finanziarie dirette, pur contemplate nei lavori preparatori del ministero dello Sviluppo; ma confidiamo che un nuovo provvedimento potrà allocare risorse per un’entità tra i 50 e i 100 milioni».
Un importante ruolo per lo sviluppo delle professionalità imprenditoriali dei giovani, che potranno creare start up, è quello formativo, in capo soprattutto al sistema universitario. «Purtroppo – commenta Rangone – nel decreto non c’è traccia di alcuna riflessione su questo ruolo dell’università, né a livello di formazione né a livello di incubatori e trasferimento tecnologico. Addirittura, l’articolo 25 codifica l’incubatore certificato con riferimento al solo incubatore privato, senza considerare quelli pubblici, che pur esistono da tempo, per esempio al Politecnico di Milano o all’Università di Trieste».

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