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Il Csm vara la riforma degli incarichi direttivi

Attenuare la discrezionalità del Csm, ridurre il peso delle correnti, valutare l’effettiva attitudine dei magistrati a ricoprire ruoli di vertice negli uffici. Sono gli obiettivi del Testo unico sull’accesso agli incarichi direttivi e semidirettivi, approvato ieri dal plenum del Consiglio superiore della magistratura e subito riconosciuto dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando, come un passo nella direzione «di volere cambiare le regole e di voler dare un contributo al miglioramento della Giustizia italiana» da parte dei magistrati.
Nonostante siano scivolate verso l’autunno altre due circolari fondamentali per il nuovo corso delle toghe – quella sugli incarichi extragiudiziari e l’altra sulle discese in politica e ritorno – il Testo unico sui direttivi è una tappa davvero significativa, perché infrange il tabù della spartizione correntizia che da decenni regola le nomine dei vertici degli uffici giudiziari. Con effetti perversi non solo – talvolta, non sempre – sulle scelte dei dirigenti, ma anche sulle prolungate scoperture delle sedi originate dal “domino” correntizio.
Da oggi non sarà più così. Se parte dal superamento della discriminazione femminile («promuovere l’equilibrio tra generi) la circolare apre soprattutto ai «requisiti attitudinali» del candidato capo (o aggiunto) dell’ufficio, attitudini specifiche per il ruolo richiesto (tribunali o procure, organi giudicanti di merito o Cassazione, uffici di primo grado o di appello). Tra i requisiti compare la «cultura dell’organizzazione», che indaga su come i candidati capi hanno gestito gli uffici da cui provengono, sui rapporti avuti con la polizia giudiziaria, con il personale amministrativo e con l’avvocatura. Le esperienze fuori ruolo d’ora in poi incideranno solo se «attinenti» all’organizzazione giudiziaria. Non avranno invece alcun peso positivo gli incarichi politici ricoperti in passato – destinazione parlamento, regioni, comuni o enti locali – da chi è poi tornato a indossare la toga. Al contrario se ne dovrà «tenere prudenzialmente conto» per evitare che nell’opinione pubblica possa nascere il «sospetto della possibile mancanza di imparzialità». E, sempre per la prima volta, si introduce un controllo su come i procuratori gestiscono i loro uffici, con un rapporto del Procuratore generale competente da cui il Csm non potrà prescindere in occasione del rinnovo dell’incarico.
Il parto del nuovo Testo unico non deve essere stato comunque indolore se, come ha dichiarato il relatore al provvedimento Claudio Galoppi (Mi) «la forte portata innovativa ha subìto le forti resistenze di lobby minoritarie di vecchi e nuovi conservatori», osservazione replicata anche dal collega Piergiorgio Morosini (Area) . L’impressione però è che il conflitto ideologico tra le componenti storiche delle toghe esca molto ridimensionato nel nuovo Csm che, pur con qualche compromesso al ribasso, ha votato all’unanimità un Testo comunque impegnativo.
Un riconoscimento al lavoro di autoriforma è arrivato anche dal vicepresidente laico Giovanni Legnini: «Il Csm si è dato regole innovative e più certe e un percorso decisionale più trasparente, dimostrando di saper cambiare se stesso».
In autunno è attesa un’altra prova, che sembra più in discesa rispetto a questa: la controriforma dell’organizzazione delle Procure, uscite gerarchizzate dalla legge Castelli del 2006.

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