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Il credito è pubblico Londra e Berlino sono i suoi campioni

Torna di moda lo Stato banchiere. Sarà l’effetto della crisi, oppure il trascinarsi di una condizione che ha radici profonde e difficili da recidere, ma la realtà appare chiara. Nelle tre maggiori economie del Vecchio continente (Germania, Gran Bretagna e Francia) lo Stato fa i conti in banca: non solo regola il credito con norme talvolta disallineate rispetto alle direttive della Banca centrale europea, ma sempre più frequentemente è l’azionista di riferimento di importanti istituti. 
Qui Roma
In Italia tutto questo è alle spalle. Le tre Bin sono un capitolo nei libri di storia, la Bnl è stata ceduta e quel che resta della mano pubblica si concretizza attraverso enti di diritto privato, le fondazioni di origine bancaria, che rappresentano al loro interno le istanze del cosiddetto potere locale, dai comuni alle università. Un potere diffuso, una rappresentanza concreta, ma senza la forza di un governo e che risulta molto indebolito rispetto a un tempo.
Oggi in Unicredit le tre prime fondazioni (Cariverona, Crt e Carimonte) sommano il 9,037 per cento del capitale, mentre i fondi di BlackRock arrivano al 5,246. Più marcata la presenza in Intesa Sanpaolo dove Cariplo, Compagnia di San Paolo e le fondazioni di Firenze, Bologna e Padova arrivano al 24,854 per cento, con BlackRock che tocca il 5,004.
Visioni diverse
Come nelle barzellette di un tempo, ci sono un francese, un tedesco e un inglese… Il dirigismo dei governi di Francia e Germania (a qualunque schieramento appartengano) è caratteristica da tempo rilevata. In Francia, peraltro, lo stato oppone al mercato norme chiare e pressanti, regola il traffico a ogni incrocio sensibile, difende le aziende leader dalle incursioni dei raider stranieri. Però Parigi non gioca in banca. La più «pubblica» delle sue banche è il Credit Agricole, la maggioranza del cui capitale è in mano alla holding delle Casse regionali del credito agricolo. Una realtà che in Italia potremmo per alcuni versi avvicinare a Federconsorzi… Bnp Paribas, che rilevò l’italiana Bnl, ha invece nel capitale lo stato del Belgio attraverso la Sfpi, la società pubblica di investimenti e partecipazioni, ma più come retaggio del salvataggio di Fortis che come precisa scelta d’investimento, mentre il Granducato del Lussemburgo controlla l’1 per cento del capitale della banca.
Le scelte di David
Ben diversa la situazione a Londra e Berlino. Londra è stata l’importatrice in Europa della crisi finanziaria nata negli Stati Uniti. Le file davanti agli sportelli della banca Northern Rock sono l’immagine più forte di uno tsunami che è arrivato a toccare alcune delle principali istituzioni finanziarie del Regno Unito. Il governo di Londra, per evitare il tracollo, mise sul tavolo 83 miliardi di euro e ancora oggi si trova principale azionista di un paio di grandi banche. Il primo ministro David Cameron, pur intenzionato a diluire la posizione del proprio governo, è oggi al 64 per cento in Royal Bank of Scotland e al 24,9 per cento in Lloyds Banking Group (era al 32,7 per cento il 26 marzo scorso). Barclays, altro grande nome del credito britannico, ha oggi come primo azionista l’Autorità per gli investimenti del Qatar, con il 4,96 per cento…
E quelle di Angela
A Berlino il credito e la moneta sono da sempre sotto la mano pubblica. Strettamente dal 1929, quando la grande crisi portò all’inflazione galoppante che rappresenta, anche oggi, il principale timore della popolazione in ambito economico, il nemico da combattere. La prima banca tedesca, Deutsche Bank è un colosso multinazionale al 99 per cento in mano a investitori privati con il fondo BlackRock al 5,14 per cento del capitale, unico soggetto a controllare una quota superiore al 3 per cento.
Profondamente diversa è la condizione di Commerzbank, il cui capitale è, per il 17 per cento, controllato direttamente dalla Repubblica federale di Germania. Ma se a Londra Cameron sta progressivamente cedendo azioni della banche, Angela Merkel potrebbe aumentare considerevolmente l’esposizione del proprio governo in Commerzank. Comunque sia, è dietro ai due grandi nomi del credito made in Germany che si sostanzia la presenza pubblica, visto che oltre il 70 per cento del mercato interno è in mano alle Landesbank, ovvero le banche regionali, dove l’influenza pubblica è massima. Una realtà del tutto diversa da quella italiana, dove con alcune rilevanti eccezioni domina il mercato e dove molti investitori stranieri hanno preso posizione nel capitale.
La situazione però sembra destinata a cambiare dopo l’estate con la quotazione di Poste Italiane che, oltre ad essere una agenzia di recapito, è la più diffusa rete finanziaria nel Paese, con 14 mila punti vendita, il triplo di Intesa, cinque volte Unicredit. Le Poste, che per ora collocano soprattutto prodotti fabbricati da Deutsche bank e che ancora non sono pienamente banca nonostante vendano prodotti di risparmio e previdenza, potrebbero però interpretare la nuova tendenza ad avere una presenza pubblica più marcata anche in Italia. Tendenza che si realizzerebbe pienamente con il nuovo ruolo, per ora solo disegnato, della Cassa Depositi e Prestiti.
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