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Il contropiede del made in Italy. Venti miliardi per fare shopping

Un decennio da record. Con un jackpot di quasi 130 miliardi che entro la fine di quest’anno potrebbe anche sfiorare quota 150 miliardi, secondo le stime. È la cifra che ha investito all’estero la «corporate Italy», per comprare aziende e guadagnare mercati di sbocco o presidi industriali. Ma quel che vale la pena registrare è che il 2015 ha visto l’attività di m&a risalire e guadagnare terreno rispetto ai livelli pre-crisi, con 10 miliardi spesi per fare shopping. Numeri che certo si confrontano con i 28 miliardi puntati dagli investitori esteri in Italia, nell’ambito di un mercato che complessivamente l’anno scorso si è collocato a 50 miliardi di valore.

Il 2016, se la tendenza sarà confermata, potrebbe infatti forse replicare il 2008, chiuso con 20 miliardi investiti in 123 acquisizioni fuori dai confini. Sarebbe una netta inversione di tendenza, visto che dal 2010 al 2013, gli anni in cui più forte ha morso la crisi, la poca liquidità e l’alto costo del denaro hanno prosciugato la spesa all’estero, restringendola a un ritmo di 2-3 miliardi all’anno. È quanto emerge dall’indagine condotta da Kpmg advisory per Corriere Economia . Adesso l’Italia sembra inserirsi nella scia della crescita dell’attività di m&a che ha caratterizzato tutto il 2015 in Europa e negli Usa. Anche se la distanza con i 60 miliardi investiti nel 2007 dal sistema Italia fuori dai confini resta ancora grande.

I protagonisti di quest’anno si sono affacciati subito sul mercato. Anche sulla scia di alcune mosse varate nel 2015 da gruppi come Ferrero che hanno inaugurato una nuova stagione con lo shopping del produttore britannico di cioccolato Thorntons.

Apripista

Così quest’anno ha aperto le danze la Lavazza con l’operazione Carte Noire del valore vicino a 700 milioni. A ruota è arrivata Campari il cui ceo Bob Kunze-Concewitz ha trascorso l’ultimo biennio a fare ordine e varare qualche cessione di attività non core, con l’obiettivo di non mancare l’appuntamento con le opportunità che si presentano sul mercato. La prima è emersa in Francia dove Campari ha avviato una scalata amichevole al Grand Marnier La ventesima acquisizione in 21 anni (la prima risale al 1995), alla storica casa milanese del Bitter, costerà quasi 700 milioni entro il 2021, tra acquisto quote e delisting. Una mossa necessaria sul mercato globale degli alcolici. Da un lato i colossi mondiali, come Diageo e Pernod Ricard, che fatturano attorno ai 10 miliardi di dollari, dall’altro marchi di proprietà familiare: Campari è nel mezzo, due gradini sotto i big e sopra i tanti più piccoli. Per poter competere, l’unica strada è aumentare le dimensioni cercando i marchi di taglia media. Campari dovrà estrarre valore dal liquore francese. Ma, e in questo l’azienda ha una lunga storia di rilanci, da ultimo Wild Turkey. Campari finanzierà la campagna di Francia tramite la liquidità pari a 844 milioni a fine 2015 e un’ampia disponibilità delle banche a finanziare il gruppo.

La multinazionale italiana del food è uno dei cosiddetti «acquirenti seriali» individuati da Kpmg sui mercati internazionali, dove il gruppo si è incrociato con una pattuglia di nomi come Enel, che ha messo a segno una vasta campagna di shopping in Sud America, oppure Eni che in dieci anni ha comprato 15 asset. O ancora come Amplifon e Recordati, tra le più attive nell’m&a.

Il caso tedesco

«Per le multinazionali impegnate a rafforzarsi contro i concorrenti è un ritmo normale — spiega Michele Parisatto, managing director di Kpmg advisory —. Lo scatto rispetto al passato è stato più forte nel vivaio delle aziende di taglia media e di matrice familiare». È stato il caso del gruppo Ima e della Bonfiglioli che hanno fatto shopping anche grazie al basso costo del denaro. «Ma hanno giocato un ruolo anche l’innesto di management esterno e il triennio di crisi che ha contribuito a riconsiderare l’indirizzo strategico. Molte aziende si sono mosse per difendersi dalla concorrenza e hanno individuato nuove strade di crescita», dice Parisatto.

Ma la sorpresa viene dalla Germania che tra il 2015 e il primo scorcio di quest’anno ha rapidamente scalato la classifica dei mercati preferiti dagli appassionati di shopping, piazzandosi al secondo posto dopo gli Stati Uniti e seguita a ruota dalla Francia dove il valore dell’attività di m&a arriva a 1,8 miliardi (escluso l’ammontare impegnato da Campari per Grand Marnier che verrà spalmato su più anni). A Berlino le imprese italiane hanno investito 2 miliardi. La parte del leone l’hanno fatta i Marzotto con la Tip di Giovanni Tamburi scommettendo 500 milioni sul lusso del gruppo Hugo Boss. Ma è un’eccezione. C’è infatti una pattuglia di piccole e medie aziende che ha individuato le buone occasioni in un mercato che ha un tessuto di pmi simile a quello italiano, fatto soprattutto di industria meccanica, farmaceutica e della lavorazione della carta. In quest’ultimo ambito si è mossa la Celtex di Lucca che produce tessuti in carta per ospedali e comunità. Ha investito 20 milioni nella Hecatec di Pölzig con stabilimenti a Lipsia e in Polonia e 40 milioni di ricavi.

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