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Il contratto «giusto» tra avvocati e clienti

Si diffondono i contratti tra clienti e avvocati. Stanno infatti diventando indispensabili anche per l’assistenza in giudizio, tradizionalmente regolata dal “mandato alla lite”, disciplinato in tutto e per tutto dal Codice civile, sotto il profilo sia della responsabilità del professionista per errori, negligenza o imperizia, sia delle obbligazioni del cliente.
Ora, con l’abolizione delle tariffe professionali, dell’affermazione della liceità del patto di quota lite, e, soprattutto, dell’introduzione dell’obbligo di preventivo scritto quando richiesto dal cliente, viene sollecitata una nuova prassi contrattuale per la disciplina delle condizioni economiche dell’incarico professionale che, in caso di difesa in giudizio, dovrà affiancare il mandato alla lite. Mentre, in caso di assistenza stragiudiziale, la prassi di sottoscrivere un incarico che regoli anche gli aspetti economici – pur non così diffusa – è già nota e utilizzata da tempo, per esempio, nei rapporti con la Pubblica amministrazione.
Trasparenza e prova
I vantaggi che derivano dal contratto sono principalmente la trasparenza tariffaria, la tracciabilità fiscale e l’efficacia probatoria del credito per il professionista. Ma come redigerlo? Lo schema contrattuale che può essere utilizzato non è particolarmente problematico. Le principali difficoltà riguardano la determinazione del compenso e dei costi, molto difficili da prevedere.
Sia che venga stipulato come un accordo bilaterale, sia che venga concluso come accettazione di una proposta (preventivo), dal punto di vista della natura giuridica, il contratto è un incarico per prestazione d’opera intellettuale. Il vincolo che lega le parti è molto forte e fragile al tempo stesso. Infatti l’elemento (causa), su cui si fonda il rapporto è la fiducia riposta dal cliente nel professionista o nel suo studio: se la fiducia si dovesse esaurire, il contratto potrebbe cadere con una semplice revoca. Tuttavia, per gli incarichi di assistenza continuativa, si potranno disciplinare durata e risoluzione anticipata prevedendo un congruo preavviso che tuteli anche il professionista.
L’assenza di tariffe preoccupa l’avvocato per la difficoltà di valutare preventivamente i compensi, ma il contratto lo tutela perché stabilisce nel quantum specifico l’obbligazione del cliente e costituisce una prova scritta del credito in caso di suo inadempimento. Viene meno, di fatto, la necessità di affrontare il complesso e oneroso procedimento di opinamento delle notule da parte dell’Ordine di appartenenza (vale a dire il giudizio di congruità dell’Ordine, necessario per ottenere il pagamento).
Il professionista, oltre a formulare un preventivo se richiesto, deve, in base al decreto legge 1/2012, «rendere noto al cliente il grado di complessità dell’incarico, fornendo tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento alla conclusione dell’incarico». Il contratto dovrà dunque contenere non solo il “prezzo” nel suo ammontare finale, ma anche gli elementi che ne hanno consentito la determinazione, così da reggere a una eventuale contestazione. Questa norma consente in pratica di non predeterminare il totale del prezzo in un momento in cui questo calcolo è impossibile, ma di legarlo all’effettiva attività, a fronte di una descrizione chiara e inequivocabile di un meccanismo di calcolo.
Patto di quota lite
La comune interpretazione del contratto di patrocinio come fonte di un’obbligazione di mezzi e non di risultato ha risentito dell’introduzione del patto di quota lite. Se di obbligazione di mezzi si tratta, bisogna definire qual è il risultato a cui soggiace la determinazione del compenso: tra le attività poste in essere dall’avvocato e le conseguenze che queste avranno per il cliente, il “risultato” è ciò che rappresenta il reale obiettivo del cliente, la cui misura fornirà le dimensioni del palmario proporzionale (ossia il “premio”, oltre all’onorario, pagato all’avvocato in caso di vittoria).

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