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Il conto (salato) della crisi Un falò che vale 150 miliardi di euro

Centocinquanta miliardi di euro. A tanto ammonta il costo della crisi del sistema bancario italiano. Otto anni da incubo: 50 miliardi di aumenti di capitale chiesti ai soci e 100 miliardi bruciati nella capitalizzazione di Borsa. Un totale choc. 
Ma andiamo con ordine. Quasi cinquanta miliardi di euro è l’ammontare degli aumenti di capitale che i soci delle principali banche italiane hanno dovuto sottoscrivere – e versare – dall’inizio della crisi per mantenere in linea di galleggiamento i loro istituti. Nessuno escluso. Dal Monte dei Paschi di Siena, primo per ammontare richiesto ai soci, fino a Unicredit, autore dell’operazione singolarmente più rilevante (7,5 miliardi nel 2012), passando per Intesa Sanpaolo e Ubi, il Banco Popolare e la Carige, Bpm e Credem (250 milioni nel 2008, al fine di finanziare l’acquisizione di una settantina di sportelli), le popolari della Valtellina e quelle del Veneto, la Bper e la Popolare dell’Etruria e del Lazio. Un calcolo per difetto, perché ci siamo limitati alle banche di maggior dimensione, ma sono tantissime le operazioni che hanno visto – e stanno vedendo – istituti di minor dimensione alle prese con importanti operazioni di ricapitalizzazione quando non di salvataggio.
Otto anni
La prima ondata della crisi si mosse, lo ricorderete, da Miami, Florida, nell’estate del 2007, quando i primi contratti di mutuo per l’acquisto di appartamenti sulla Brickell Avenue non vennero onorati. Da un problema locale, ben presto quello di Miami divenne un problema nazionale, con il coinvolgimento delle due principali agenzie per il finanziamento immobiliare della confederazione americana. Poi l’onda attraversò l’Atlantico, arrivò in Gran Bretagna (Northern Rock e Rbs) e da qui si propagò in tutto il Vecchio continente, causando danni pesantissimi in Spagna. Da allora le crisi si susseguirono, concatenate: immobiliare, debito sovrano, consumi e portarono a galla spericolate speculazioni.
Unicredit, prima banca italiana per dimensione e presenza internazionale, arrivò sull’orlo del collasso e furono necessari un cambio di management , con l’arrivo di Federico Ghizzoni e 14,5 miliardi di euro – apportati anche da soci arabi, libici e americani – per evitare il peggio. Il Monte dei Paschi di Siena, la più antica banca al mondo, ha visto spazzar via secolari certezze da acquisizioni avventate (Antonveneta, pagata 10 miliardi di euro) e da speculazioni su prodotti derivati (Alexandria, Santorini), con manager finiti all’estero e triangolazioni internazionali su conti privati. Il Monte è stata la punta più avanzata di un processo degenerativo del sistema che ha avuto – per varie e diverse contingenze – in Gabriello Mancini, Antonio Vigni e Giuseppe Mussari, gli uomini al vertice del sistema. Un sistema crollato miseramente e con grande rapidità, con evidenti responsabilità penali, che Antonella Mansi per la Fondazione, con Fabrizio Viola e Alessandro Profumo per la banca, hanno successivamente cercato di tenere assieme, chiedendo ai soci di aprire il portafoglio e rivedendo l’intero intreccio di rapporti con la politica locale che avevano nella Fondazione la propria camera di compensazione.
Nuovi paradigmi
La crisi ha cambiato i paradigmi operativi. Anche banche solide e controllate nell’agire come Intesa Sanpaolo e Ubi hanno dovuto chiedere contributi ai soci. Il patrimonio, che un tempo quasi non veniva considerato, è oggi una delle voci più analizzate dalle autorità di vigilanza e lo sarà ancor di più a partire da gennaio, quando entreranno in vigore le norme sul bail-in . La solidità del sistema non può oggi prescindere da oggettivi riscontri di liquidità, memori del fatto che tutti i fallimenti avvengono per cassa…
La Bce e la creazione dell’Unione bancaria europea (4 novembre 2014) hanno certamente impattato sull’enorme cifra dei quasi 50 miliardi chiesti ai soci dalle principali banche italiane.
Ma è, quella, solo una parte della misura del cambiamento avvenuto in questi ultimi otto anni. Se infatti andiamo a ripescare le chiusure di Borsa all’inizio di luglio del 2007, quando in Italia tutto correva al massimo della velocità, vediamo che una voragine di portata almeno doppia di quei 50 miliardi di euro si spalanca davanti i nostri occhi: quella della capitalizzazione di Borsa. Proviamo a fare due conti. Il Monte dei Paschi di Siena all’epoca valeva 12,3 miliardi di euro, oggi fatica a superare i 5: differenza superiore ai 7 miliardi. Unicredit all’epoca (consideriamo anche Capitalia con cui si stava unendo) totalizzava 88 miliardi. Oggi siamo a 37: -51 miliardi. Intesa: da 75 a 55, -20 miliardi. Il Banco Popolare è passato da 15 a 5, perdendo 10 miliardi. Carige, attenzione, valeva 4,8 miliardi, oggi siamo sotto i duecento milioni, con una perdita di circa 4,6 miliardi. Ubi era a 12 miliardi contro i meno di 7 odierni e un differenziale superiore ai 5 miliardi. Fermandoci qui (e non considerando la distruzione di capitale realizzatasi in casa delle due popolari venete, perché difficile ancora da conteggiare e da paragonare con banche quotate) il totale arriva, per sei banche, a 98 miliardi. È il grande falò che si è consumato con i risparmi degli italiani.
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