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Il conto della crisi è di 13 miliardi

di Massimo Mucchetti

Quanto serve alle grandi banche italiane per mettersi a posto con i requisiti patrimoniali richiesti da Basilea 3? E, in aggiunta, a quanto ammontano le perdite teoriche sui titoli di Stato, italiani e non, che hanno in portafoglio? Le prime risposte ufficiali verranno con le relazioni semestrali sui conti al 30 giugno 2011, ma le banche d'affari già scrutano il 2012. Se il fatto che non vedano rosa può apparire scontato, più interessante è capire come la prima banca d'affari italiana, Mediobanca, legga il futuro prossimo di Unicredit, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi, Banco Popolare e Ubi Banca nel contesto della concorrenza europea.

La somma

Tutte assieme, le 5 italiane avrebbero bisogno di aumentare il capitale per 12,7 miliardi, dei quali 6,7 concentrati in Unicredit. Questo senza contare le probabili perdite implicite sui rischi sovrani, soprattutto europei, stimate in 14,7 miliardi. Cifre importanti, ma inferiori a quelle delle banche francesi e tedesche, censite da Mediobanca Securities. Bnp Paribas, Credit Agricole e Société Générale dovrebbero essere ricapitalizzate per oltre 28 miliardi e dovrebbero affrontare perdite sui titoli sovrani per 17,3 miliardi. Deutsche Bank e Commerzbank hanno scarsità di capitale per 20,1 miliardi e perdite potenziali su rischi sovrani per 6,8 miliardi. Nei colossi Bnp Paribas e Deutsche Bank è considerato a rischio il 65% del patrimonio netto tangibile (depurato cioè dagli avviamenti, la cui reale consistenza è oggi ancor più sospettabile di prima). Questa percentuale include i prestiti alle banche greche e al governo di Atene, i titoli di Stato italiani e spagnoli, i residui delle obbligazioni ad alto rischio eredità dall'epoca dei subprime, le probabili perdite su crediti e sul trading emerse negli stress test, i costi aggiuntivi di raccolta in seguito alla crisi di fiducia.

La Grecia è lontana

Può essere interessante notare come né Unicredit né Intesa Sanpaolo abbiano alcuna esposizione verso le banche greche, a differenza del Credit Agricole e Société Générale, che sono fuori rispettivamente per 22,6 e 3,2 miliardi. Ne abbiano una modesta verso il Tesoro di Atene con perdite stimabili in 191 e 186 milioni nel caso di una svalutazione del 30%. Stesso discorso sui titoli spagnoli. Pulizia completa inoltre sui titoli della finanza subprime, che invece grava per 9,2 miliardi sulle tre francesi. La mine vere sono tre: una svalutazione del solo 10% sui titoli di Stato italiani graverebbe per 4,7 miliardi su Unicredit e per 5,7 su Intesa Sanpaolo; le potenziali perdite su crediti aggiuntive dopo gli stress test vengono stimate rispettivamente in 4,3 e 4,5 miliardi; le potenziali perdite su trading, sempre dopo gli stress test, sono di 1,2 miliardi per entrambe, mentre per le francesi superano i 10 miliardi e per Deutsche Bank sfiorano i 7. Quanto invece i costi aggiunti di raccolta, le due banche italiane non hanno nessun problema, mentre, di nuovo, le francesi soffrono per 5,4 miliardi.

Chiamate a raccolta

La situazione è tale che sono ben pochi i banchieri che possono salire in cattedra. E certo né la Banque de France né la Bundesbank possono fare la lezione alla Banca d'Italia sul piano della vigilanza sistemica. Non per questo le banche italiane riescono a difendere i propri titoli sui mercati. E in questo si capta la dipendenza dei loro bilanci dall'andamento generale del Paese sia sul versante dello Stato (debito pubblico) sia su quello del settore privato (sofferenze).

È ormai certo che Unicredit dovrà chiamare i soci per la terza volta a mettere mano al portafoglio. Le sue fondazioni faranno fatica a continuare nell'opera di sostegno. Ci vorrà il sostegno del mercato. Anche del mercato internazionale.

Ma quando Goldman Sachs, che aveva rilevato un robusto pacchetto di azioni Mps dalla Fondazione, cincischia davanti all'aumento di capitale fatto a Siena e si sfila da quello in programma alla Bipiemme, il segnale d'allarme sul rischio Italia può colpire tutti. Anche gli innocenti. E ora, con l'obbligo di portare in pareggio il bilancio pubblico già nel 2013, anche lo Stato faticherà ancor più delle fondazioni a mettere soldi nelle banche, anche soltanto attraverso una nuova iniezione di Tremonti bond.

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