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Il «contagio Italia» spaventa l’Europa Cds oltre la Spagna

L’Italia, dopo le elezioni, appare più o meno come un’auto lanciata a tutta velocità su strade innevate senza gomme invernali e senza autista. La legge elettorale è riuscita nel «miracolo»: rendere ingovernabile il Paese che più di tutti avrebbe bisogno di riforme strutturali, proprio nel momento più difficile della sua storia. Questo preoccupa i mercati finanziari: l’Italia, che a differenza della Spagna ha a posto buona parte dei conti pubblici, rischia di tornare a sbandare. E di abbandonare la strada del risanamento. Trascinando potenzialmente nell’instabilità tutta Europa.
Il movimento dei credit default swap e dei titoli di Stato italiani dimostra questa preoccupazione. Ieri, secondo Markit, il costo della polizza anti-default (Cds) dell’Italia ha superato quello spagnolo: assicurarsi contro il crack dell’Italia costava ieri 293 punti base, contro i 260 della polizza spagnola. Non accadeva da oltre un anno. Idem per i titoli di Stato. Ieri i BTp hanno perso terreno nei confronti di tutti i bond europei. Inclusi quelli spagnoli: il differenziale Roma-Madrid è passato dai 70 punti base di venerdì ai 47 di ieri. Questo significa che l’Italia ha ridotto la positiva distanza rispetto alla grande malata d’Europa. Si pensi che il vantaggio italiano era a 117 punti base lo scorso luglio: da allora, insomma, i nostri rendimenti sono saliti più di quelli di Madrid. Nonostante la migliore situazione dei nostri conti pubblici. Movimento analogo sui bond portoghesi: rendevano 184 punti base più di quelli italiani venerdì e ora stanno a 157. Il peggioramento degli spread non è stato comunque drammatico, solo perché gli investitori aspettano di vedere se verrà creato un governo di larghe intese. Perché ancora sperano. Attendono alla finestra. Ma i rischi di impasse sono di certo elevati.
Dietro questi movimenti dei titoli di Stato, oltre all’isteria del momento, si legge dunque il vero timore degli investitori e degli economisti: che l’Italia non riesca a portare avanti le riforme necessarie. Che abbandoni la strada del rigore nei bilanci pubblici. Il Paese è afflitto da un’economia che non cresce da decenni: dal 1990 ad oggi, il Pil italiano è aumentato solo di un misero 0,8% l’anno. Si tratta della peggior performance tra i 31 Paesi più industrializzati al mondo e di un punto percentuale in meno rispetto alla media europea. Questo non fa altro che peggiorare i problemi: il debito pubblico in assenza di crescita è più difficile da ridurre, il pareggio di bilancio è più duro da mantenere, la disoccupazione è più improbabile che si riduca. E così via.
Per tornare a svilupparsi, non potendo usare le svalutazioni competitive, c’è una sola strada: riformare l’economia dalle sue radici. Calcola Morgan Stanley che le riforme strutturali già avviate potrebbero produrre per l’Italia circa due punti percentuali di crescita in più da qui al 2020. Se ulteriori riforme fossero realizzate, stima la banca Usa, l’extra-crescita sarebbe molta di più. Ma per realizzarla servono passi concreti per liberare l’economia dai mille vincoli che la imbrigliano.
Purtroppo l’esito elettorale rende tutto questo improbabile. «L’incertezza politica diventa incertezza economica» sostiene Alberto Gallo di Rbs. «In questa situazione le società saranno meno propense ad assumere e a investire, le banche saranno meno fiduciose nell’erogare credito. Più dura l’instabilità politica, più dura la recessione». «Il fatto che il voto abbia mostrato un orientamento contrario al rigore renderà ancora più difficili le riforme e il consolidamento fiscale» osserva un economista che preferisce restare anonimo. «Questo preoccupa il mercato, perché rende meno facile per l’Italia anche accedere allo scudo della Bce se necessario». Pericoloso è poi il possibile effetto domino, che rischia di peggiorare anche la stabilità della Spagna sui mercati: ieri il ministro degli esteri spagnolo José Manuel Margallo ha infatti detto che i risultati delle elezioni costituiscono «un salto nel buio, che non fa presagire nulla di buono, né per l’Italia né per il resto dell’Europa».
Insomma: l’Italia appare ora senza una guida e senza la protezione della Bce. Un’auto sulla neve senza autista. Per questo gli spread salgono. Fino a prova contraria: fin che, cioè, la politica non dimostrerà di saper dare le giuste risposte.

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