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Il consolidato è garantito

L’accesso al consolidato fiscale deve essere garantito a due (o più) società italiane, anche quando la società controllante comune non sia residente in Italia e non abbia una stabile organizzazione nel territorio dello stato. Questa è la conclusione a cui giunge la Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) con la sentenza del 12 giugno 2014.

La Cgue è stata chiamata a pronunciarsi su due diverse fattispecie che avevano visto le autorità fiscali olandesi negare la richiesta di accesso al consolidato fiscale a società residenti appartenenti a gruppi internazionali. La Cgue ha ritenuto che, nei casi specifici, il diniego posto dalla normativa olandese fosse in contrasto con il principio di libertà di stabilimento.

La prima fattispecie esaminata dalla Cgue non dovrebbe avere effetti nell’ordinamento italiano in quanto la disciplina del consolidato fiscale domestico attualmente in vigore è allineata con le conclusioni della Cgue. Nel caso di specie, si trattava del diniego di accesso al consolidato fiscale tra una società residente in Olanda e altre tre società olandesi, che erano controllate dalla prima per il tramite di alcune società tedesche prive di stabile organizzazione in Olanda. Questa possibilità di accedere al consolidato fiscale è già ammessa dal nostro ordinamento. L’Agenzia delle entrate, infatti, aveva già chiarito che, nell’ipotesi di una società A residente, che possiede il 100% di una società B non residente, che a sua volta controlla in via totalitaria C, un’altra società residente, non può consolidare la società B (in quanto è precluso ai soggetti esteri l’esercizio dell’opzione in veste di consolidata) ma può comunque consolidare la società C, in quanto partecipata in via indiretta (cfr. circolare n. 53 del 2004). Ciò anche in virtù di quanto previsto dal decreto attuativo (art. 1, comma 1, lettera b), del dm 9 giugno 2004) che considera «controllata» (ai fini del consolidato fiscale) anche la società detenuta tramite soggetti non aventi i requisiti per la tassazione consolidata, compresi quelli residenti in paesi che consentono un adeguato scambio di informazioni.

Di contro, la seconda fattispecie esaminata dalla Cgue potrebbe avere effetti anche nell’ordinamento italiano, che presenta le stesse (censurate) caratteristiche di quello olandese. Nel caso di specie, le autorità fiscali olandesi avevano negato l’accesso al consolidato fiscale tra tre società residenti in Olanda, tutte controllate da una medesima società avente sede in Germania priva una stabile organizzazione in Olanda. Se la stessa fattispecie fosse riferita a società italiane, il consolidato fiscale non sarebbe consentito dato che le norme del Tuir e quelle del decreto attuativo non consentono a due (o più) società italiane, «sorelle» di una medesima «mamma» non residente priva di stabile organizzazione in Italia, di consolidare i propri redditi e/o perdite realizzati in Italia.

Ancorché oggetto specifico della controversia fosse la normativa in vigore in Olanda, la forza persuasiva che le sentenze della Cgue esercitano sugli ordinamenti degli stati membri lascia presagire che la sentenza in commento inciderà in modo (più o meno, a seconda dei casi) significativo sulle legislazioni di tutti quegli stati membri, tra cui l’Italia, che prevedono nel proprio ordinamento un regime di consolidato fiscale eventualmente non allineato con le conclusioni della Cgue. A ogni modo, questa sentenza offre ai gruppi multinazionali nuove opportunità di ottimizzazione dei benefici derivanti dalla tassazione di gruppo in Italia (così come nel resto dell’Unione europea).

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