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Il Consiglio di Stato salva l’Ilva via al piano dell’acciaio green

L’ennesima ripartenza per “l’araba fenice” d’acciaio. Probabilmente l’ultima, l’ultimo treno, perché ora o mai più la ex Ilva può imboccare la strada del rilancio. Dopo la sentenza di primo grado del processo Ambiente Svenduto – promemoria indelebile per tutti sul dovere di risanare il respiro di Taranto – ieri è arrivato l’altro verdetto spartiacque: il Consiglio di Stato ha annullato la sentenza del Tar che avallava lo spegnimento degli altiforni di Acciaierie d’Italia (la ex Ilva appunto) deliberato dal sindaco tarantino.Secondo i giudici di palazzo Spada, che non negano «la grave situazione ambientale e sanitaria esistente da tempo, rispetto alla quale le misure intraprese negli ultimi anni hanno segnato una linea di discontinuità », non sono emersi fatti che evidenzino «un aggravamento della situazione sanitaria nella città» tale da «indurre ad anticipare la tempistica prefissata per la realizzazione delle migliorie» dell’impianto. Misure in corso di realizzazione» senza «particolari ritardi o inadempimenti rispetto alla loro attuazione». Gli episodi che hanno innescato l’ordinanza del sindaco di Taranto, sempre secondo il Consiglio di Stato «non sono dovuti a difetti strutturali dello stabilimento»; inoltre «è stata acquisita una congerie di dati a volte non pertinenti e comunque non tali da provare in modo certo l’esistenza di particolari anomalie» che costituiscano «serio e imminente pericolo per la popolazione».Governo, sindacati e ArcelorMittal accolgono con soddisfazione la sentenza, mentre lo stesso sindaco di Taranto prova a volgerla in positivo: «La battaglia continuerà finché non ci sarà un tavolo per l’accordo di programma che chiuda l’area a caldo – dice Rinaldo Melucci – . Oggi nessuno può sentirsi banalmente assolto. Con la mia ordinanza abbiamo chiamato lo Stato alle sue responsabilità sul futuro dell’ex Ilva e sulla salute dei tarantini. Ora la palla passa alla politica e al governo».E anche all’azienda che, non a caso poco dopo il verdetto, ha annunciato la presentazione, insieme al partner industriale Fincantieri-Wurth, «della proposta di piano per la transizione ecologica dell’intera area a caldo dello stabilimento di Taranto », con «l’applicazione di tecnologie innovative ambientalmente compatibili» e con «l’obiettivo di una progressiva e costante riduzione delle quote emissive, anche oltre le attuali prescrizioni». Impegno accompagnato da un ramoscello d’ulivo, visto che ArcelorMittal si impegna «a verificare la proposta con le istituzioni e le comunità locali, con il sindacato e con gli operatori dell’indotto».Anche il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, evoca «un piano industriale ambientalmente compatibile, nel rispetto della salute delle persone e che accolga la filosofia del Pnrr». Un’unità d’intenti lapalissiana, dal momento che quel piano ArcelorMittal e Stato lo hanno impostato, con il recente ingresso di Invitalia (società pubblica) nel capitale di Acciaierie d’Italia: entro giugno verrà approvato il bilancio della società ed entreranno nel nuovo Cda i tre r appresentanti pubblici (Franco Bernabè, alla presidenza, Carlo Mapelli e Stefano Cao). Il progetto prevede un assetto “ibrido” tra altiforni (compresa la riaccensione del più grande, l’Afo5) e i meno impattanti forni elettrici alimentati da rottami e da preridotto di ferro. A regime, cioè nel 2025, la fabbrica dovrà produrre 8 milioni di tonnellate di acciaio (target essenziale per confermare l’intera forza lavoro di 8200 operai), di cui 2,5 da ciclo elettrico, con una riduzione di carbone/coke per oltre 1 milione di tonnellate e di agglomerato per circa 3 milioni di tonnellate: l’effetto “ambientale e sanitario” si tradurrebbe in un taglio dell’inquinamento tra il 25 e il 30%.Solo un passaggio intermedio perché a tendere l’obiettivo è quello di convertire Acciaierie d’Italia (e magari l’intera siderurgia nazionale) all’idrogeno, protagonista principale del versante ecologico del Recovery.

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