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Il Consiglio di Stato può sconfessare il Csm

di Alessandro Galimberti

Il giudice amministrativo (Tar o Consiglio di Stato) può bocciare la nomina a incarico direttivo di un magistrato, sconfessando così il Consiglio superiore della magistratura, se ravvisa un vizio logico nella valutazione comparativa dei curricula dei concorrenti. Le Sezioni unite civili della Cassazione (sentenza 3622/12, depositata l'8 marzo) tornano sul delicato rapporto tra giurisdizioni amministrative per sancire il ruolo di supremazia "formale" di quella ordinaria, quantomeno sotto l'aspetto della verifica di un corretto esercizio del potere discrezionale.

Il ricorso del Csm – rigettato – su cui si innesta la decisione riguarda la nomina nel 2008 del presidente della Corte d'appello di Perugia, ruolo direttivo che il Csm affidò a un candidato "esterno" rispetto a un concorrente che vantava più esperienza specifica nella posizione in concorso. Il vincitore, tra l'altro, nelle more delle impugnazioni era stato poi assegnato a nuovo e più prestigioso incarico, liberando il posto al cui nuovo bando l'originario contendente non partecipò più.

Il giudice escluso aveva comunque presentato poi ricorso al Consiglio di Stato, sostenendo che la nomina a presidente della Corte d'appello di Perugia era stata viziata da eccesso di potere per aver ignorato le sue più adeguate attitudini al ruolo in concorso. Il giudice amministrativo aveva accolto parzialmente il ricorso annullando la nomina, decisione utile al candidato escluso ormai solo per azionare il risarcimento del danno e la ricostruzione giudiziale della carriera.

Nell'avvallare la "bocciatura" del Csm, le Sezioni unite ribadiscono che il controllo giurisidizionale sull'operato dell'autorità amministrativa deve rispettare equilibri a volte molto sottili ma comunque «mai inesistenti»: in particolare, «occorre riuscire a cogliere la linea di discrimine tra l'operazione intellettuale consistente nel vagliare l'intrinseca tenuta logica della motivazione dell'atto amministrativo impugnato e quella che si sostanzia invece nello scegliere tra diverse possibili opzioni valutative, più o meno opinabili, inerenti al merito dell'attività amministrativa di cui si discute». In sostanza, «l'insindacabilità della valutazione discrezionale dell'amministrazione a opera del giudice non esclude che sia invece sindacabile una motivazione che non consenta di comprendere i criteri ai quali quella valutazione si è ispirata o che, peggio ancora, manifesti l'illogicità o la contraddittorietà della loro applicazione nella fattispecie concreta».

Quindi, in concreto, il Consiglio di Stato ben può prendere contezza e anche comparare i profili dei due candidati, per apprezzare se la scelta dell'organo amministrativo (il Csm) era o meno sostenuta da un'adeguata motivazione, fondata su fatti e circostanze tali da non far sospettare un eccesso di potere nella designazione. Tutto ciò si sintetizza nel principio di diritto secondo cui «non eccede dai limiti della propria giurisdizione il giudice amministrativo se, chiamato a vagliare la legittimità di una deliberazione con cui il Consiglio superiore della magistratura ha conferito incarico direttivo, si astenga dal censurare i criteri di valutazione adottati dall'amministrazione e la scelta degli elementi ai quali la stessa amministrazione ha inteso dare peso, ma annulli la suindicata deliberazione per vizio ed eccesso di potere, desunto dall'insufficienza e dalla contraddittorietà logica della motivazione in base alla quale il Csm ha dato conto del modo in cui, nel caso concreto, gli stessi criteri da esso enunciati sono stati applicati per soppesare la posizione dei contrapposti candidati».

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