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Il concordato utilizza anche il trust

La nuova finanza destinata a corroborare il piano di concordato preventivo permettendo il pagamento anche dei creditori chirografari può essere garantita sia dall’utilizzo del vincolo di destinazione previsto dal Codice civile sia dal trust di scopo. Lo prevede una sentenza del tribunale di Ravenna del 22 maggio 2014. E se anche i due elementi non erano stati previsti nella versione originaria del piano votato dai creditori, tuttavia non si tratta di ragioni che possono fondare una nuova consultazione o una revoca o inammissibilità della proposta, dal momento che si tratta invece di migliori condizioni proprio per la platea dei creditori.
La sentenza interviene nell’ambito di una procedura di concordato preventivo per sottolineare come la messa a disposizione di nuova finanza da parte di terzi (in tutto 8 milioni di euro) non prevedeva nel piano sottoposto al voto dei creditori alcuna costituzione di garanzia, tanto che l’iscrizione di un vincolo di garanzia utilizzando l’articolo 2645 ter del Codice civile sulla parte immobiliare e la costituzione di un trust di scopo sulle partecipazioni societarie rappresentano «una positiva sicurezza ulteriore» per le ragioni dei creditori.
Del resto, se la costituzione di un vincolo favorevole ai creditori non previsto nella proposta o nel piano non può comunque determinare revoca o inammissibilità della proposta stessa, «va pure considerato che la affermata inefficacia del vincolo non farebbe che ripristinare la medesima situazione già assentita dai creditori che massiciamente hanno aderito al voto».
È vero poi che esistono dubbi sulla legittimità di un vincolo di destinazione “puro”, svincolato cioè da un atto di trasferimento o altro contratto che costituisca la causa concreta, ma, quando il vincolo si innesta su una procedura di concordato è allora da questa che riceve la propria causa concreta. È cioè del tutto lecito provvedere a rafforzare, nell’interesse di tutti i creditori concordatari, un vincolo di destinazione di somme o beni a favore degli stessi da parte di soggetti terzi. Tanto più che, nel caso in esame, il vincolo è stato costituito su immobili, quindi su una componente statica del patrimonio, facendo quindi accantonare ogni dubbio di legittimità.
Quanto all’utilizzo del trust, anche questo viene promosso dalla pronuncia: si tratta senza dubbio di uno strumento idoneo per la componente di nuova finanza costituita da partecipazioni societarie, con caratteristiche più dinamiche e gestorie della parte immobiliare. In particolare, in questo caso, è stato utilizzato un trust di scopo nel quale la figura del trustee, cioè l’amministratore/gestore, coincide con quella del liquidatore giudiziale pro tempore da nominare sulla base dell’articolo 182 della Legge fallimentare nell’ambito della procedura di concordato.
Nella generale flessibilità di modelli che caratterizza il trust, nell’assenza cioè di una definizione normativa nel nostro ordinamento, particolare attenzione va prestata alla casistica che può presentarsi, con la Cessazione che pochi mesi fa ha dichiarato la contrarietà al trust solo liquidatorio, per esempio.
Nel procedimento esaminato dal tribunale di Ravenna, non si tratta però di una fattispecie, avverte la sentenza, come il trust “autodichiarato”, fattispecie di segregazione del patrimonio nella quale il soggetto che istituisce il trust e gestore dello stesso coincidono nella medesima persona. È chiaro, riconoscono i giudici, che l’utilizzo di questa fattispecie da parte dell’imprenditore è quella che si presta ai possibili maggiori abusi dell’autonomia privata a danno della platea dei creditori e dell’amministrazione finanziaria.

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