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Il concordato non salva le imprese in crisi

Concordati preventivi e accordi di ristrutturazione sono ben lontani dal rappresentare credibili vie d’uscita dalla crisi d’impresa. È quanto emerge da una ricerca condotta dall’Osservatorio sulla crisi e sui processi di risanamento delle imprese dell’università di Brescia presentata ieri nell’aula magna del Dipartimento di economia e management. La ricerca ha messo sotto osservazione i procedimenti depositati presso i tribunali lombardi di Milano, Brescia, Bergamo, Crema e Cremona. In totale sono state 1.248 le procedure esaminate nell’arco di un triennio (entro giugno 2013) con un netto aumento, ed è già un segnale, sia pure prevedibile alla luce del progressivo aggravarsi della situazione economica, nel corso del tempo: da 168 casi si è poi passati a 654.
La maggior parte delle imprese che hanno utilizzato queste procedure sono di piccole dimensioni (sotto i 20 dipendenti e con un fatturato inferiore a 5 milioni di euro); predispongono il bilancio in forma abbreviata, sono scarsamente patrimonializzate (con un capitale sociale al minimo legale) e di rilevante anzianità (in prevalenza con oltre 10 anni di vita). I settori merceologici maggiormente colpiti sono quelli del commercio, delle costruzioni e del real estate in generale.
Assai significativo il dato relativo all’esito delle procedure, soprattutto alla luce della volontà del legislatore che con ripetuti interventi ha provato a mettere in campo soluzioni finalizzate alla prosecuzione dell’attività d’impresa. Invece, l’analisi dello stato dei casi alla data del 10 aprile 2014 evidenzia che, in media la metà delle imprese che hanno utilizzato concordati o accordi è poi fallita con percentuali molto elevate per i casi del 2011 (93% a Milano, 96% a Bergamo, 100% a Cremona e 96% a Brescia) che poi decrescono e si assestano su percentuali più basse per i casi del 2013.
Le imprese ricorrono in modo rilevante al concordato in bianco (258 casi nel 2012, anno nel quale l’istituto è stato introdotto con decorrenza 11 settembre per assestarsi a quota 323 a giugno del 2013), strumento finalizzato a chiedere ai tribunali il tempo necessario per formalizzare un piano di risanamento da sottoporre al voto dei creditori. Al deposito del preconcordato però non sempre segue la presentazione di un progetto di risanamento completo. La frequenza con cui il processo viene completato varia in modo significativo tra i tribunali analizzati dove si passa dal 50% circa di Milano, al 78% di Bergamo (anno 2013), al 92% di Crema e 75% di Cremona per chiudere con il 36% di Brescia.
Tra i casi di concordato preventivo presentati a Milano il 58% sono di tipo liquidatori ed il 23% misti (con cessione di ramo d’azienda), a Bergamo la liquidazione è l’obiettivo del 61% dei casi ed il 34% delle procedure sono di tipo misto, a Crema la percentuale dei casi di liquidazione è del 56% oltre all’11% dei casi misti di liquidazione e continuità, a Cremona il 64% delle imprese sceglie la strada della procedura di liquidazione percentuale che sale al 69% nel caso di Brescia.
Le procedure prevedono in genere la proposta di pagamento di una percentuale di soddisfazione a creditori inferiore al 100%. In pochi casi infatti la procedura è di tipo dilatorio e dunque solo con richiesta di dilazioni delle originarie condizioni di pagamento (1% dei casi rilevati a Milano, 4% a Bergamo). Negli altri casi la percentuale offerta è, in larga parte, inferiore al 40 per cento.

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