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Il concordato fa da spartiacque

L’amministrazione finanziaria può opporre in compensazione crediti che siano sorti successivamente all’apertura della procedura di concordato preventivo ma non può opporre in compensazione crediti formatisi in epoca precedente l’apertura della procedura stessa. A statuire tale principio di diritto è la sentenza della Corte di cassazione, numero 13467 del 2 luglio scorso.

I fatti di causa. Il giudizio di legittimità ha preso le mosse dal ricorso proposto da una banca, in qualità di cessionaria di un credito Iva vantato da una società in concordato preventivo, contro l’Agenzia delle entrate con cui è stata impugnata la sentenza della Commissione tributaria regionale della Lombardia, sezione staccata di Brescia. La Commissione regionale aveva rigettato il ricorso, evidenziando che la società cedente aveva maturato un debito tributario sorto in epoca anteriore all’omologazione del concordato preventivo e pertanto aveva accertato l’avvenuta compensazione, in base a quanto prevede l’articolo 1248, comma 2, del codice civile, con un credito tributario della società cedente fatto valere dall’Agenzia delle entrate. È stato dato rilievo, nel caso di cessione non accettata dal debitore ma a questi notificata, alla data di notifica della cessione ai fini dell’opponibilità della compensazione.

«Deroga» alla regola del concorso. Nella motivazione della sentenza, gli ermellini sottolineano come sia principio affermato che nel concordato preventivo la compensazione determina, ai sensi degli articoli 56 e 169 della legge fallimentare, una deroga alla regola del concorso. Viene, infatti, ammessa la compensazione anche quando i presupposti di liquidità ed esigibilità, richiesti dall’articolo 1243 del codice civile, maturino dopo la data di presentazione della domanda di ammissione al concordato stesso, purché il fatto genetico delle rispettive obbligazioni sia sempre anteriore alla domanda. Pertanto, anche in materia tributaria, ciò che rileva è che il credito invocato dal contribuente, o dal suo avente causa, e il debito opposto in compensazione da parte dell’amministrazione finanziaria siano sorti o entrambi prima dell’apertura della procedura, anche se il controcredito possa divenire liquido ed esigibile successivamente, oppure entrambi siano sorti successivamente all’apertura della procedura e, in quanto tali, siano omogenei.

 

Rinvio alla disciplina del fallimento. Il Supremo collegio rileva, poi, che, anche in materia tributaria, i crediti che sorgono prima della procedura sono vantati verso l’imprenditore insolvente e quindi possono essere compensati con debiti dello stesso soggetto insolvente, mentre i crediti sorti dopo la procedura sono vantati dalla massa dei creditori e possono essere compensati con debiti della massa e non dell’imprenditore insolvente. Sono, infatti, diversi i soggetti che vantano crediti nei confronti dell’amministrazione finanziaria, a seconda che il credito insorga prima o dopo l’apertura della procedura. Ciò appare nitidamente delineato nel caso del fallimento, in cui il credito vantato prima dell’apertura della procedura è formalmente un credito facente capo al fallito che il curatore trova nel patrimonio e aziona quale soggetto che amministra i beni del fallito, laddove il credito che sorge in corso di procedura è un credito facente capo alla massa dei creditori, il cui rappresentante è sempre il curatore, ma in questa diversa seconda veste. Tale principio opera anche in materia di concordato preventivo, considerato il rinvio all’articolo 56 operato dall’articolo 169 della legge fallimentare che comporta la traslazione dell’ammissibilità della compensazione dei crediti propria del fallimento al concordato preventivo, avuto riguardo alla data di apertura della procedura.

Un contrasto solo apparente. La decisione della Commissione impugnata richiama la sentenza della Cassazione numero 27883 del 13 dicembre 2013 secondo cui, in apparente contrasto con l’orientamento delineato nel caso in oggetto, per verificare l’ammissibilità della compensazione tra il credito Iva chiesto a rimborso dal contribuente, oggetto di cessione, e il controcredito vantato dall’amministrazione finanziaria, occorrerebbe avere riguardo alla disposizione di diritto comune prevista dall’articolo 1248 del codice civile, secondo cui se la cessione non è stata accettata dal debitore, ma a questi solo notificata, è impedita la sola compensazione dei crediti sorti posteriormente alla notificazione della cessione. La Cassazione sottolinea che anche nel precedente caso si trattava di credito ceduto da una procedura fallimentare, in relazione al quale era stata opposta al fallimento cedente la compensazione con un controcredito vantato dall’amministrazione finanziaria nei confronti della società fallita cedente. Tuttavia, rileva la Suprema corte, in quel caso si trattava di crediti vantati dall’ufficio nei confronti del fallito opposti in compensazione con un credito vantato dal fallito nei confronti dell’amministrazione finanziaria, trattandosi, pertanto, di un caso in cui si sarebbe comunque reso applicabile per il cedente, e per il cessionario che dal cedente ripeteva il titolo al rimborso, il disposto di cui all’articolo 56 della legge fallimentare. I giudizi di piazza Cavour rilevano che la precedente sentenza ha affermato il diverso principio secondo cui in materia di Iva, benché senza riferimento espresso alla materia concorsuale, è inopponibile la compensazione dei crediti sorti a favore del debitore ceduto, ossia l’Agenzia delle entrate, e a carico del cedente, ossia la procedura concorsuale, posteriormente alla notificazione della cessione del credito. Tuttavia nella suddetta sentenza non si rinviene l’affermazione, come erroneamente deduce il controricorrente, secondo cui nelle procedure concorsuali operi il principio della libera compensabilità dei crediti secondo le regole del diritto comune, in deroga al principio di cui all’articolo 56 della legge fallimentare. Chiarito anche tale profilo, la Cassazione, riconoscendo che la sentenza impugnata, nella parte in cui ha affermato che la compensazione operi secondo le regole del diritto comune, disciplinate dall’articolo 1248 del codice civile, non si è attenuta al principio di diritto enunciato ha cassato il provvedimento, con rinvio alla commissione tributaria regionale della Lombardia, sezione staccata di Brescia, in diversa composizione.

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