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Il comune paga cara la lentezza

 di Dario Ferrara 

L'inerzia del comune? Costa 50 euro al giorno alla stessa amministrazione, e dunque alla collettività, da pagare interamente al cittadino che aspetta invano un provvedimento. Il tutto perché l'ente non si adegua a una sentenza del giudice amministrativo che ordina la ritipizzazione di alcuni terreni di proprietà di una famiglia (pensiamo, per esempio, al suolo agricolo che deve diventare edificabile) e lascia spirare invano il termine fissato dal magistrato. Il compito non è semplice: per integrare lo strumento urbanistico vigente deve deliberare il Consiglio comunale e, sempre più spesso, i tempi della politica non coincidono con quelli dell'economia. Ma da oggi in poi le amministrazioni dovranno farsi due conti: se per ogni giorno di ritardo sul provvedimento tardivo l'ente ci rimette 50 euro di penalità di mora in favore della persona interessata, si fa presto ad arrivare a grosse cifre, specialmente se si considera quanti sono i cittadini in attesa che l'amministrazione ottemperi a una sentenza di condanna. È quanto emerge dalla sentenza 254/12, emessa il 26 gennaio dalla terza sezione del Tar Puglia.

Nel processo amministrativo, sostiene il Tar, la nozione di astreinte, la penalità di mora mutuata dal diritto francese, ha un'accezione più ampia che nel civile, dove pure non è possibile surrogarsi al debitore inadempiente: nel caso degli enti, invece, è possibile nominare il commissario ad acta da parte del giudice dell'ottemperanza. Il termine entro cui il comune di Bari avrebbe dovuto adempiere all'ordine della magistratura amministrativa è scaduto da tempo. Allora la famiglia titolare del terreno che ha diritto alla variazione di tipologia del suolo promuove il giudizio di ottemperanza e ottiene di nuovo ragione. Ragione che, tuttavia, rischia di rimanere del tutto teorica, come in occasione della vittoria precedente. E allora il Tar nomina un commissario ad acta che si sostituisca eventualmente all'amministrazione in caso di nuova inerzia, stabilendo la penalità di mora di 50 euro da pagare in favore degli interessati per ogni giorno di ritardo nell'adempimento rispetto alla scadenza prefissata di 60 giorni. La condanna è legittimata dall'articolo 114, comma 4, lettera e), del codice del processo amministrativo che ha mutuato dal codice di procedura civile la nozione di penalità di mora, ampliando la portata di un istituto a sua volta ispirato alla tradizionale astreinte del diritto transalpino. Risultato? Si tratta di una spinta forzosa che ha un carattere punitivo e impone la sussistenza di tre requisiti: la richiesta di parte, la manifesta non iniquità dell'eventuale «multa», l'assenza di altri motivi ostativi. In comune con l'astreinte «gemella» nel settore civile la penalità di mora ha generale finalità di dissuadere il debitore dal persistere nella mancata attuazione del dovere di ottemperanza. Nel caso del Comune di Bari le condizioni imposte dal codice del processo amministrativo ricorrono tutte e tre: che sia il commissario ad acta o il Consiglio a provvedere, bisogna far presto.

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