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Il colpo (di Bruxelles) alla fiducia sui depositi

Giù le mani dai conti correnti. Perché nessuno in Europa, nemmeno Cipro, di fronte alla questione del risparmio è «too small to matter», troppo piccola per essere importante. La crisi finanziaria è cominciata sei anni fa con l’imperativo di salvare le banche «too big to fail», troppo grandi per fallire. Con il pasticcio del prelievo forzoso (ora ritirato) sui depositi bancari dei ciprioti siamo insomma arrivati alla nemesi degli opposti. Se i troppo piccoli si spaventano in massa, i troppo grandi non vanno da nessuna parte.
L’archiviazione della misura non cancella però l’errore strategico. Il baluardo di ogni famiglia — il conto corrente è lo strumento finanziario più basico che c’è — è stato messo in discussione in un momento delicato: l’Italia non ha un governo, la Francia è visibilmente affaticata, la Spagna è sempre nel guado. E così via.
Per fronteggiare lo spettro del fallimento dell’economia cipriota, che rappresenta il 7% del Pil greco e solo lo 0,3% di quello dell’Unione Europea, il governo di Nicosia aveva progettato una tassa extralarge (anche superiore al 10% per i più ricchi) del tutto simile al famoso (e ben più esiguo) sei per mille imposto da Giuliano Amato nel 1992 ai correntisti italiani. E l’originalità della sorte vuole che questa ingerenza diretta nelle finanze delle famiglie venisse minacciata sul confine più lontano e più simbolico della Ue. Cipro è per metà greca e per metà turca. Nella stessa isola convivono lo Stato europeo che ha dato il «la» alla crisi del debito e lo Stato a cavallo tra l’Asia e l’Europa, che per qualche tempo ha desiderato di appartenere all’Unione.
Il dramma della Cipro greca sta nella durezza delle condizioni imposte dall’Europa per il salvataggio di un’economia microscopica, alle prese con un sistema bancario ipertrofico. Il governo, messo alle strette sulla necessità di trovare sei miliardi in poche ore, ha presentato una proposta che tutelava solo i conti sotto i ventimila euro. Mentre a gran voce, da più parti, a cominciare da quella Ue che non ha voluto dare più aiuti, si chiedeva che l’esclusione dal balzello riguardasse tutte le posizioni fino a 100 mila euro. In nome di cosa? Non esiste una normativa europea che garantisca i conti correnti da tasse approvate dai singoli parlamenti. L’euro, la moneta unica priva di strumenti comuni di politica fiscale, non può entrare nel merito di simili decisioni.
Il richiamo ai centomila euro tira però in ballo la cifra contenuta nella direttiva del 2009 che ha rafforzato la tutela per i depositi bancari dei privati cittadini in caso di fallimento degli istituti di credito della moneta unica. Recepita da tutti gli Stati, quella norma stabilisce che in caso di «indisponibilità dei depositi» tutti gli intestatari privati abbiano diritto a riavere fino a 100 mila euro. E che questo risarcimento debba essere deciso in tempi più veloci del recente passato (venti giorni e non più tre mesi) per «preservare la fiducia dei depositanti e dare maggiore stabilità ai mercati finanziari».
Esattamente il contrario di quanto è accaduto in questi giorni. Il governo di Cipro si è orientato su un prelievo inaccettabile che ha mandato in tilt le Borse e ha minato la fiducia dei cittadini dell’isola. Ma non solo. «Se c’è una cosa da non toccare nella gestione di una crisi sistemica, quella cosa è la fiducia dei depositanti. A prescindere da tutto il resto», spiega Raffaele Zenti, responsabile delle strategie di consulenza di Advise Only. Al primo segno di deterioramento grave della situazione, italiani, spagnoli e portoghesi potrebbero sentirsi autorizzati ad una dose di panico supplementare che prima del pasticcio cipriota non era in cartellone. «Oggi però i risparmiatori italiani non devono temere nulla — conclude Zenti —. Il tabù è stato rotto, vero. Ma nessuno pensa nemmeno lontanamente che, alle condizioni attuali, la vicenda di Nicosia sia replicabile dalle nostre parti».

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