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Il colosso tlc in mano al mercato in attesa delle mosse di Telefonica

Milano – La prima assemblea della Telecom in mano ai fondi di investimento è stata lunga, a tratti pacata ma non senza colpi di scena. La decisione in extremis di Marco Fossati e dell’Asati di votare per la lista di Assogestioni ha creato molta suspence in un’assemblea che ha visto una partecipazione record degli investitori piccoli o istituzionali. Il fatto che Telco abbia presentato una lista di maggioranza ma non sia uscita vincitrice dalla battaglia assembleare è un segnale che la società è a tutti gli effetti in mano al mercato. Anche se poi la proposta di Fossati di inserire due nomi della sua lista, tra cui Vito Gamberale, nel nuovo cda e di votare tutti assieme Recchi alla presidenza, non è stata accolta dai soci forti di Telco. Producendo così l’anomalia di un nuovo organo di governo in cui sono presenti dieci rappresentanti di Telco su tredici (cioè i 4/5) nonostante la lista sia risultata perdente alle votazioni assembleari. «Da domani si parla di business ha detto al termine della maratona Patuano – la governance è perfettibile ma è già di buon livello, quasi da public company. Fossati va rispettato poiché ha sollecitato il cambiamento, dialogheremo con lui fuori dal consiglio».
Gli ostacoli lungo il percorso verso una vera public company, però, sono ancora parecchi. A partire dai futuri ed eventuali conflitti di interesse che potrebbero sorgere in Brasile con il socio Telefonica. Anche se gli spagnoli, dopo la dura sentenza del Cade dello scorso novembre, oggi non esprimono nemmeno uno dei 13 consiglieri eletti ieri dall’assemblea. Mentre da par suo Patuano è tornato a ribadire che Tim Brasil resta un asset strategico e che Telecom intende continuare a investire in una società che genera un terzo dei ricavi complessivi e con interessanti prospettive di crescita.
Il prossimo punto di svolta sarà lo scioglimento di Telco previsto a giugno che lascerà comunque Telefonica nel ruolo di maggior azionista del colosso telefonico italiano con una quota intorno al 15%. I tre soci italiani di Telco, Mediobanca Generali e Intesa Sanpaolo, hanno più volte dichiarato di voler uscire dalla finanziaria che li lega insieme dal 2007. E che li ha visti anche creditori e finanziatori del gruppo. Come si evince dalle pieghe del bilancio 2013 dalle quali è emerso che lo scorso anno Intesa ha sforato la soglia rilevante ai fini delle parti correlate, dal momento che aveva un’esposizione creditoria su Telecom Italia superiore al 3,5% del patrimonio consolidato netto dell’istituto. Inoltre alcune sostanziose linee di credito di Telecom Italia (tra cui una revolving da 8 miliardi) e alcuni prestiti nei confronti della Bei, prevedono il rimborso automatico nel caso in cui qualcuno diverso dai soci Telco abbia ad avere direttamente o indirettamente oltre il 13% del capitale. Clausole che di fatto tutelano la posizione di Telefonica, rispetto a eventuali incursioni ostili di altri operatori che sarebbero tenuti a rimborsare notte tempo un’importante fetta del debito di Telecom.
I pretendenti, comunque, non mancano. Proprio pochi giorni fa il finanziere egiziano Naguib Sawiris è tornato alla carica affermando di essere disposto a investire 1-2 miliardi di euro in Telecom Italia se solo gli spagnoli si fa- ranno da parte. Dunque sollecitando Telefonica a esplicitare una volta per tutte le future strategie sulla società italiana.
L’unico intervento amaro di ieri è stato quello di Stefano Mazzitelli, ex amministratore delegato di Sparkle, che ha denunciato come l’azienda invece di difenderlo abbia usato nei suoi confronti «una presunzione di colpevolezza » denunciando che il «rapporto interno sul caso è tendenzialmente indecente e in alcuni passaggi falso». Il caso Sparkle era stato gestito dall’ex presidente Franco Bernabè che ieri è stato criticato dal consigliere uscente Luigi Zingales, leader degli “indipendenti”, per la sua buonuscita che “grida vendetta”. Tra stipendio (2,6 milioni), buonuscita e contratto di non concorrenza (2,6 milioni), Bernabè ha lasciato Telecom con un assegno da 8,2 milioni.
A ben vedere già da domani il nuovo cda Telecom sarà messo alla prova. Secondo fonti attendibili, Recchi avrebbe chiesto un po’ di tempo in più per definire il suo futuro ruolo in Telecom. Dopo le raccomandazioni del cda uscente per una presidenza senza deleghe non si potrà certo tornare a una presidenza esecutiva, sul modello Bernabè. Tuttavia Recchi ambirebbe a ritagliarsi un ruolo più incisivo in azienda vista la sua giovane età e l’esperienza operativa maturata negli anni trascorsi alla General Electric. La soluzione che ne sortirà darà un primo assaggio della dialettica in seno al nuovo organo di governo di Telecom.
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