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Il colosso dei derivati compra Wall Street

Suona la campana per Nyse Euronext, che rinuncia all’indipendenza pur di sfuggire al declino delle grandi borse tradizionali. Il simbolo di Wall Street, con i suoi 220 anni di storia e il controllo oggi anche di piazze europee, si è arreso a un giovane e aggressivo re dei futures, l’IntercontinentalExchange. L’Ice, nato dodici anni or sono ad Atlanta, ha messo a segno l’acquisizione per 8,2 miliardi di dollari, un premio del 37,7% sulle quotazioni del vecchio exchange vittima di concorrenza globale tra mercati, di rivali elettronici e del tramonto del primato del trading azionario. Rimarranno i «marchi» più infuenti, il Nyse Euronext nelle azioni e il Liffe di Londra nei derivati. Il quartier generale si sdoppierà, in omaggio a New York. Mentre per le meno strategiche borse dell’Europa continentale – Francia, Olanda, Belgio e Portogallo – sarà considerato un collocamento.
Il nuovo Ice lancerà un guanto di sfida agli attuali giganti dei mercati, dall’americano Cme Group alla tedesca Deutsche Borse. E potrebbe spingere società più piccole, quali il Nasdaq, a dare la caccia a nuovi partner per non essere emarginati. Il fondatore e top executive dell’Ice, il 57enne Jeffrey Sprecher, non ha nascosto le sue ambizioni rivoluzionarie: «L’operazione risponde all’evoluzione dell’infrastruttura delle piazze finanziarie e offre ampie opportunità di crescita». I due gruppi hanno promesso sinergie per 450 milioni e scommettono di poter sfruttare assieme una prossima «ripresa del mercato».
L’Ice, per nutrire i suoi disegni, farà leva su 14 exchange e cinque operazioni di clearing che gli garantiscono una leadership nella diversificazione di servizi e prodotti per gli investitori: vanterà, più dei concorrenti, una presenza in azioni e opzioni come nei futures su commodities e tassi d’interesse. E nel clearing, quelle camere di compensazione sempre più cruciali per l’universo dei derivati. IntercontinentalExchange, i cui titoli quest’anno hanno guadagnato oltre il 6%, avvierà così una nuova era di espansione, al di là dei futures dell’energia che già domina da Londra. Il Nyse invece intende diventare parte di una società agile e agguerrita per fermare una crisi che lo sta consumando: rappresenta ormai il 21% degli scambi di azioni quotate sul suo listino da picchi dell’82 per cento. E il titolo ha perso l’8% quest’anno e bruciato un terzo del valore dall’aprile 2011. Da quando cioè lo stesso Ice, con il Nasdaq, aveva proposto senza successo un merger da 11 miliardi. Segno dei destini da allora opposti: l’Ice ha mille dipendenti e una market cap da 9,3 miliardi, il Nyse tremila dipendenti e una capitalizzazione da 5,8 miliardi.
Chi comanderà nel nuovo colosso è chiaro: ai soci Nyse spetterà una partecipazione limitata al 36 per cento. Scegliendo tra ricevere contanti (fino a 2,7 miliardi), azioni o una combinazione di entrambi. Presidente e amministratore delegato sarà Sprecher, un ex ingegnere soprannominato «il Sultano degli swap» che ha creato l’Ice nel Duemila come mercato energetico online e l’ha cresciuto grazie a una dozzina di acquisizioni fino a un giro d’affari da 1,3 miliardi. Nel 2007 aveva cercato anche di impadronirsi per 9,9 miliardi del Chicago Board of Trade, poi andato al Cme. Duncan Niederauer del Nyse resterà chief executive della neocontrollata e direttore generale del gruppo. Dei 15 esponenti del board solo quattro arriveranno dal Nyse.
La fusione dovrebbe superare l’esame delle authority. I business non si sovrappongono: l’Ice è stato finora refrattario alle azioni e i future del Liffe sono sui tassi d’interesse, utilizzati da banche e fondi per l’hedging, non sulle commodities. Sia Ice che Nyse hanno oltretutto sede negli Stati Uniti. Le autorità americane e internazionali in passato hanno mostrato di vagliare preoccupazioni antitrust e di interesse nazionale quando sono in gioco gli exchange. Tanto da far deragliare merger di alto profilo: oltre a un triangolo Ice-Nasdaq-Nyse, l’anno scorso bocciarono un merger già firmato tra Deutsche Borse e Nyse. Dalla fine del 2010, fino a ieri, erano evaporate 32 miliardi in fusioni.

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