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Il collegato fissa l’indennizzo

di Giampiero Falasca

La Corte di cassazione, con una sentenza di recente pubblicazione (la numero 1411 del 31 gennaio 2012), porta finalmente un po' di chiarezza sulle norme che disciplinano i risarcimenti spettanti ai lavoratori nei casi di conversione del contratto a termine.
Prima e dopo
Con tale pronuncia, infatti, la Corte ribadisce che l'indennità spettante al lavoratore copre tutto il periodo compreso tra la fine del lavoro e la sentenza di conversione, smentendo le interpretazioni difformi proposte da alcune recenti pronunce. La questione si fonda sull'articolo 32, comma 5 della legge 183/ 2010, nota come collegato lavoro, che ha introdotto nel l'ordinamento un principio innovativo: se un lavoratore ottiene la trasformazione a tempo indeterminato di un contratto a termine, non ha più diritto a ottenere un risarcimento del danno pari alle retribuzioni che avrebbe percepito dalla fine del rapporto (meglio, dalla sua offerta di riprendere a lavorare) sino alla sentenza.
Al posto di questa somma, il collegato lavoro riconosce solo il diritto di ricevere un'indennità di importo variabile tra le 2,5 e le 12 mensilità. Questa indennità, specifica la legge, è omnicomprensiva, e quindi il suo godimento esclude qualsiasi altro risarcimento del danno o indennità.
Le sentenze
Subito dopo l'approvazione di questa disciplina, alcuni Tribunali hanno provato a interpretare diversamente la norma, sostenendo che la nuova indennità sostitutiva si sarebbe dovuta sommare al risarcimento calcolato secondo le regole previgenti. Questa interpretazione è stata smentita da una pronuncia della Corte Costituzionale (la sentenza numero 303 del 9 novembre 2011), ma alcuni Tribunali hanno continuato ad applicarla, ricevendo anche un importante sostegno da parte di uno dei quattro collegi della Corte d'appello di Roma (si veda la sentenza 267 del 17 gennaio 2012).
Il chiarimento
Nel complesso poche sentenze hanno seguito questo orientamento, ma sono comunque salite alla ribalta perché è stato cambiato il senso di una normativa che sembrava immune da possibili incertezze interpretative. Queste incertezze dovrebbero definitivamente svanire con la sentenza numero 1411/ 2012 della Corte di Cassazione, in quanto la stessa dice senza mezzi termini che l'indennità prevista dal collegato lavoro copre tutto il periodo che passa dalla scadenza del termine fino all'eventuale sentenza che converte il rapporto a tempo indeterminato. La Corte anche ribadisce la natura sanzionatoria di tale indennità, da cui deriva l'inapplicabilità del cosiddetto aliunde perceptum.
Verso l'uniformità
La sentenza della Corte di Cassazione risolve un altro dubbio sorto in questi mesi, chiarendo che la disciplina dell'indennità risarcitoria si applica anche ai giudizi pendenti in sede di legittimità. Come si accennava, le stesse conclusioni erano state già formulate dalla Corte Costituzionale con la sentenza numero 303/2011. Tale sentenza ha escluso ogni possibile incostituzionalità delle norme del collegato lavoro, evidenziando che tali norme non producono alcuna ingiusta penalizzazione, e ha precisato che l'indennità prevista dal collegato lavoro assorbe ogni altra possibile rivendicazione economica del lavoratore.
I Tribunali che avevano ritenuto di discostarsi da questa pronuncia della Consulta hanno fatto leva sulla tesi, abbastanza discutibile, secondo cui le sentenze di rigetto della Corte Costituzionale non sono vincolanti per il giudice ordinario. Ora che la Corte di Cassazione afferma gli stessi concetti, applicandoli in maniera specifica a un caso concreto, questa obiezione dovrebbe venire meno, e si dovrebbe finalmente ottenere quell'uniformità interpretativa che si può e si deve pretendere di fronte a una materia dove la ratio legis è (o meglio sarebbe) molto facile da vedere.

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