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Il codice fissa la residenza

di Antonio Iorio

Per l'applicazione della normativa Iva il concetto di residenza deve essere desunto dalle norme del codice civile e non è necessariamente collegato al concetto previsto per le imposte dirette. Ne consegue che se nei confronti di un contribuente viene esclusa la residenza fiscale ai fini delle dirette, in quanto è stato presente in Italia per meno di 183 giorni, questa esclusione non è automatica per l'Iva. A precisarlo è la Corte di cassazione con la sentenza n. 14071 depositata ieri, 28 giugno.

L'amministrazione finanziaria aveva contestato a un artista per vari periodi d'imposta la residenza in Italia e non a Montecarlo dove invece risultava abitare ufficialmente. Per ogni periodo d'imposta, e per ogni tributo, erano stati, di conseguenza, notificati accertamenti distinti.

In buona sostanza, l'ufficio aveva evidenziato questi elementi: la moglie del contribuente era rimasta per vari anni in Italia; il contribuente aveva acquistato una casa in Italia dichiarando di volerla utilizzare quale prima casa; era intestatario di un contratto di fornitura di energia elettrica; sul proprio sito internet veniva indicato un indirizzo italiano e si trovava spesso fisicamente in Italia, circostanza, questa, comprovata dall'utilizzo delle carte di credito, dai rifornimenti di carburante e dall'elevato consumo di energia elettrica.

L'artista si era difeso evidenziando che la propria residenza a Montecarlo era provata dal contratto di affitto e dal pagamento dei canoni, che con la moglie c'era la separazione dei beni, e comunque che l'utilizzo delle carte di credito in Italia era avvenuto per un periodo inferiore ai 183 giorni, escludendo così la residenza fiscale nel nostro Paese.

I giudici di primo grado e quelli di appello erano giunti, a seconda del periodo d'imposta e del tipo di tributo (imposte sui redditi o Iva) a conclusioni differenti, con la conseguenza che avevano fatto ricorso per Cassazione sia l'ufficio sia il contribuente. La Corte ha disposto la riunione dei procedimenti.

Secondo i giudici di legittimità, in sintesi, il concetto di residenza e domicilio previsto dall'articolo 43 del Codice civile, cui fa riferimento anche l'articolo 2 del Tuir, contrariamente a quanto statuito da una delle sentenze della Ctr appellata dall'ufficio, non è rilevante solo ai fini delle imposte dirette ma anche ai fini Iva. Per i giudici di merito d'appello, invece, ai fini Iva non sussisterebbe il presupposto di residenza, e ciò sarebbe provato anche dall'articolo 17 del DPr 633/72, in base al quale gli obblighi relativi alle cessioni di beni e le prestazioni di sevizi effettuate nel territorio italiano, da soggetti non residenti, devono essere adempiuti dai committenti italiani e non dai prestatori o cedenti (non residenti). Ma per la Cassazione questa norma presuppone la non residenza del prestatore del servizio e non già l'insussistenza del concetto di residenza nella normativa Iva. Per entrambe le imposte (redditi e Iva) vale il concetto civilistico di residenza salva l'applicazione, per le dirette, del criterio della prevalenza quantitativa temporale (permanenza di 183 giorni in Italia).

Ne consegue che, pur accertando la non residenza ai fini delle imposte sui redditi, come avevano fatto alcune sentenze di merito nella specie avendo verificato la non realizzazione del criterio quantitativo della permanenza, non si può a priori escludere anche la residenza ai fini Iva, ove il contribuente abbia mantenuto in Italia la sede degli affari e degli interessi.

 

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