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Il club dei banchieri centrali formati al Mit che sta inondando di liquidità il mondo

Avanti tutta, col piede sull’acceleratore: finché la disoccupazione Usa non scende sotto il 6,5%. La Federal Reserve prosegue con il tasso zero e il pompaggio di liquidità per alimentare la ripresa. La banca centrale americana annuncia che non darà tregua nella sua battaglia contro la disoccupazione. Finché non sarà scesa drasticamente, è escluso un rialzo del costo del denaro. E soprattutto, Ben Bernanke continua la sua strategia di massicci acquisti di titoli pubblici sul mercato (o semi-pubblici come le obbligazioni emesse dagli istituti di credito immobiliare). Sono operazioni da 85 miliardi di dollari al mese: un’inondazione, equivale a stampar moneta in dimensioni inusitate.
“Quantitative easing”, è il termine tecnico che descrive queste operazioni. Non sono diverse, nella sostanza, dal paracadute che il presidente della Bce Mario Draghi ha aperto per proteggere l’eurozona. Anche lì, si tratta pur sempre della leva monetaria: la Bce compra bond, il che equivale a stampare
euro. Anche se la Fed è stata la prima a esplorare questa strategia, ed è la più generosa nell’uso della “pompa” di liquidità, l’elenco degli emuli è lungo. Dalla banca centrale inglese a quella giapponese, stanno facendo la stessa cosa tutte le autorità monetarie dei paesi ancora alle prese con la recessione, o convalescenti e ancora afflitte da elevata disoccupazione. In totale dall’inizio della crisi le banche centrali hanno “creato moneta” per 11.000 miliardi di dollari. Uno tsunami di dollari, euro, yen, sterline, che ha inondato i mercati. É un “esperimento senza precedenti”, così lo descrive il Wall Street Journal, ricordando che questa mobilitazione fa dei banchieri centrali gli attori più esposti nella strategia anti-crisi: anche in supplenza dei governi. Non mancano le critiche, o gli avvertimenti paurosi: da una parte c’è chi sostiene che ancora la politica monetaria non fa abbastanza; sul fronte opposto cresce il partito di quelli che intravedono all’orizzonte una nuova bolla speculativa alimentata proprio dal denaro facile.
Gli uomini che stanno conducendo “l’esperimento” hanno un segreto in comune. Oggi s’incontrano ogni due mesi a Basilea, in Svizzera, presso la sede della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), per dei summit a porte chiuse dove la riservatezza è d’obbligo. Ma per molti di loro questi vertici svizzeri sono l’equivalente di una rimpatriata: tanti anni fa, si erano già conosciuti e frequentati altrove, molto a lungo. Come in un giallo di Agatha Christie dove personaggi apparentemente scollegati fra loro rivelano a poco a poco dei punti di contatto nel loro passato remoto, un dettagliato retroscena del Wall Street Journal
“riconduce” gli attori del dramma ad un unico luogo. É il Massachusetts Institute of Technology (Mit), la prestigiosa università contigua e rivale di Harvard, alla periferia di Boston. Ben cinque capi delle banche centrali si formarono lì in epoche ravvicinate, si conobbero, lavorarono assieme da giovani. Il club segreto degli ex-Mit annovera i due pesi massimi, Bernanke e Draghi; il loro collega inglese Mervyn King e il suo vice; quello israeliano Stanley Fischer che è anche uno stimato economista spesso ospite di summit come il World Economic Forum. La lista continua, è sorprendentemente lunga. Al circolo del Mit appartiene un altro dirigente di spicco della Federal Reserve americana, il governatore Jeremy Stein; più i quattro direttori generali di altrettante divisioni della Fed. Il chief economist del Fondo monetario internazionale, l’autorevole Olivier Blanchard (francese), appartiene allo stesso clan. Del circolo esclusivo fanno parte i banchieri centrali di India, Australia, Cile, Cipro. Non è un’esperienza accademica “generica” quella che li accomuna. Per molti di loro il Mit fu il momento per conoscersi bene, confrontare idee, discutere teorie che sarebbero tornate utili decenni dopo. Bernanke e Draghi presero il Ph.D. (dottorato di ricerca) negli stessi anni, con Fischer come tutore-consigliere. Bernanke e King in seguito insegnarono insieme, fino a condividere lo stesso ufficio, sempre al Mit. Nessuna teoria del complotto, per carità. É vero, tutti questi banchieri centrali possono riconoscersi nelle teorie neo-keynesiane; non credono cioè che i mercati siano in grado di regolarsi da soli e di ritrovare l’equilibrio dopo gli shock recessivi. Non sono degli ideologhi, però. Nessuno di loro risulta aderente alla Modern Monetary Theory, quella nuova corrente di pensiero che vede proprio nella leva monetaria la terapia indispensabile da manovrare nella crisi attuale. Di fatto, anche se non la professano, i banchieri centrali hanno cominciato a operare proprio in quella direzione. Ciò che fanno non sta scritto nei manuali: non in queste proporzioni gigantesche. In realtà, i manuali li stanno riscrivendo proprio loro. Le critiche a cui si espongono sono virulente. Bernanke, per esempio, è stato accusato più volte dalle nazioni emergenti, che dietro l’espansione monetaria vedono una strategia del “dollaro debole” ai loro danni. Li difende proprio uno dei massimi dirigenti della Bri di Basilea, Jaime Caruana, secondo il quale “le banche centrali sono costrette ad essere le autorità di ultima istanza”, perché le politiche economiche dei governi sono state fin qui insufficienti.

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