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Il cellulare come portafoglio. In gara banche, Poste e gestori

Nelle caffetterie Starbucks sparse nei quattro angoli degli Stati Uniti per acquistare un double espresso si può utilizzare un’applicazione sullo smartphone che si chiama Pay with Square sviluppata da Jack Dorsay, uno dei fondatori di Twitter. E da noi? Campa cavallo? Non buttiamoci giù: anche qui intorno ai pagamenti tramite smartphone si è venuta a coagulare una grossa effervescenza. In diverse Esselunga a Milano è già partito un test che permette di usare delle nuove sim Vodafone abilitate con la tecnologia di prossimità Nfc, Near field communication, per fare acquisti fino a 12 mila euro. L’Atm, la municipalizzata meneghina dei trasporti, ha avviato da tempo una sperimentazione Nfc ma solo con Telecom Italia. Una soluzione che, in una situazione certo critica come quella delle Olimpiadi, nella metropolitana di Londra ha creato diversi ingorghi fino ad essere sospesa (i tempi in prossimità per acquisto e convalida sono ancora lunghi). Mentre a Firenze, un pilota che ha coinvolto più attori da diversi mesi, tra cui la municipalizzata Ataf, ha avuto un discreto successo. In questo caso però il pagamento non avveniva con l’Nfc ma scalando il biglietto dal traffico telefonico, anche in remoto. Facile e immediato. Peccato che sia sostanzialmente «illegale». Il test è avvenuto in deroga alle normative europee e italiane tanto da richiedere anche la presenza di Bankitalia. Senza contare che c’è un braccio di ferro sul recesso: i gestori mobili vogliono più del 10% per il biglietto digitale, mentre l’agio per quello cartaceo è inferiore al 6%.
Comunque banche, operatori telefonici, Poste italiane, Cartasì e il consorzio Movincom, che riunisce gli esercenti, stanno stringendo una serie di accordi incrociati non ancora del tutto definiti ma che testimoniano l’interesse per il mobile payment. Le Poste nell’ultimo anno hanno mosso con PostePay + Poste Mobile 250 milioni di euro e si trattava di pagamenti all’interno della «communità». Non è un caso che Poste sarà la prima a lanciare una soluzione «di massa» Nfc già da dicembre visto che non necessità di intese con banche e operatori. Anche se ha dei clienti che per estrazione tendono ad essere di fascia bassa.
Chiaro che le potenzialità saranno molto più ampie nel momento in cui si raggiungerà l’interoperabilità. Per adesso gli accordi in campo sono questi: Vodafone (che in realtà ha anche una carta prepagata Smartpass e che sarà la seconda a partire) e 3 Italia hanno firmato con Bnl e usano le carte di credito Mastercard (che rispetto a Visa si è mossa più velocemente sul segmento Nfc producendo anche i Pos di nuova generazione). L’«abilitatore» dei pagamenti è la Sia, la società partecipata dagli istituti di credito voluta da Tommaso Padoa-Schioppa 35 anni fa che con il proprio sistema chiamato Tsm permette alle Telco di dialogare con le banche. Wind si sta aggiungendo a questo «consorzio». Mentre Telecom Italia per l’Nfc ha stretto un accordo con Intesa Sanpaolo.
Con questa tecnologia, in sostanza, si possono criptare i dati della carta di credito dentro le sim di nuova generazione trasformando lo smartphone in uno strumento di pagamento di prossimità. A patto di avere un telefonino di ultimissima generazione (tra i grandi produttori solo la Apple non sta seguendo questa direzione: tra iTunes e Appstore già possiede le carte di credito dei clienti e teme di cannibalizzarle perdendone il controllo).
Ci vorrà tempo, dunque, per renderlo uno standard. E il credito telefonico? Nonostante un articolo contenuto nel decreto legge Digitalia resterà «illegale». Un piccolo pasticcio: si parla di deroga dalle norme nazionali ma non da quelle europee. È per questo che Bankitalia vorrebbe che gli operatori si trasformassero in istituti monetari per i piccoli pagamenti.
Ma nessuno, pare, ne vuole sapere.

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