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Il caso I debiti record della Sanità nelle Regioni autonome: fino a 415 euro pro capite

C’è chi, dopo le Province, vorrebbe mettere in discussione anche l’esistenza delle Regioni. L’ha fatto, per esempio, il precedente governatore della Campania Stefano Caldoro: ovviamente inascoltato. Si capisce perché dai mal di pancia provocati dalla riforma del titolo V della Costituzione, che riporta allo Stato alcune competenze devolute alle Regioni nel 2001. E non poteva essere diversamente, nonostante gli scandali che in questi anni non hanno risparmiato quasi nessuno di quegli enti, alimentando la sfiducia nella politica e la fuga dalle urne. 
Ma c’è un buco invisibile, in quella riforma, che invece di risolvere i problemi causati dalla frammentazione dei poteri e delle competenze rischia di crearne addirittura di nuovi. Lo spiega senza peli sulla lingua la Corte dei conti in un documento preparato per l’audizione sulle autonomie regionali. Siccome la riforma del titolo V non sfiora neppure questo tema, il ridimensionamento dei poteri regionali a favore di quelli statali secondo i giudici contabili potrebbe accentuare ancora di più il divario fra le Regioni a statuto speciale e le altre. Determinando sul piano dei diritti fondamentali dei cittadini, che secondo la Costituzione devono essere uguali per tutti, problemi ancora più grossi di quelli già causati dal sistema attuale delle autonomie regionali. E mai affrontati.
Caso classico, quello della sanità. Sulla spesa sanitaria di Sardegna, Friuli-Venezia Giulia, Valle D’Aosta, e province autonome di Trento e Bolzano non esiste monitoraggio. La ragione è che in queste cinque Regioni e province dotate di statuto speciale la sanità viene finanziata esclusivamente dal bilancio regionale. Sono sempre soldi pubblici, sicuro. Ma poco importa. Lo Stato non ci può mettere direttamente il becco, come invece avviene per la Sicilia, altra Regione autonoma dove però la sanità è finanziata in compartecipazione anche dal bilancio statale.
Il risultato è che le Regioni a statuto speciale possono chiudere ogni anno i conti della sanità con disavanzi monstre, perfettamente indisturbate. E questo significa poter garantire ai propri cittadini servizi migliori rispetto ai comuni mortali residenti nelle Regioni ordinarie.
Se si eccettua il Molise, autore nel 2013 di una performance mostruosamente negativa, con un disavanzo sanitario di ben 759 euro per ogni molisano, tutte le Regioni speciali esenti dal monitoraggio statale hanno presentato in quello stesso anno disavanzi sanitari rilevanti. Il buco della Valle D’Aosta è stato di 53,1 milioni: 415 euro pro capite. Quello di Trento, 218,2 milioni: 411 euro per ogni trentino. Quello di Bolzano, 184,5 milioni: 362 euro a persona. Quello della Sardegna, 379,6 milioni: 231 euro a residente. Quello del Friuli-Venezia Giulia di 44 milioni: 36 euro pro capite.
In tutto, un rosso di quasi 900 milioni, superiore a quello di tutte le Regioni ordinarie messe insieme, se si eccettua il Lazio che aveva accumulato da solo un disavanzo di ben 669 milioni.
E il bello è che pure la contabilità della sanità nelle Regioni autonome segue ancora regole diverse da tutte le altre, sebbene con il famoso Patto della salute sia stato finalmente fissato il principio dell’armonizzazione. A nulla sono serviti, a quanto pare, i richiami della Corte dei conti, che ha stigmatizzato il ritardo con cui non viene ancora applicato dappertutto un principio basilare per uno Stato unitario, cioè che i conti devono essere scritti ovunque allo stesso modo, come «un vulnus alla salvaguardia del coordinamento della finanza pubblica» causato da «deroghe di cui è difficile comprendere la ratio» che incidono «sulla stessa governabilità dei conti del Paese».
Fatto sta che, sebbene l’obbligo di fare tutti i bilanci sanitari allo stesso modo sia scattato già nel 2011, la Sicilia ha introdotto il meccanismo solo nel 2014, il Friuli-Venezia Giulia, la Sardegna e il Trentino appena da quest’anno mentre per la Valle D’Aosta e l’Alto Adige si dovrà aspettare addirittura il 2017.
Del resto, la sanità non è che un aspetto di questa autentica assurdità per cui in Italia i bilanci regionali non sono ancora tutti uguali. Una follia legalizzata dalla riforma del titolo V del 2001. Finché nel 2009 il Parlamento aveva fatto marcia indietro, e nel 2011 l’obbligo di uniformare le contabilità era diventato concreto. Ma le Regioni autonome avevano fatto ricorso contro la norma che stabiliva per loro l’applicazione automatica del principio se entro sei mesi non avessero dato seguito all’obbligo. E la Consulta aveva dato loro ragione.
Da allora sono partiti rinvii e posticipi a raffica. Le Province di Trento e Bolzano hanno deciso di spostare di un anno l’applicazione dei principi contabili unitari. Subordinandone per giunta l’entrata in vigore, nel Trentino, a una legge nazionale sulla devoluzione dei tributi erariali. In Friuli-Venezia Giulia si partirà dal 2016. Mentre la Valle D’Aosta ha siglato nello scorso aprile un accordo con lo Stato, e ora, scrive la Corte dei conti, «si attende l’adozione delle misure attuative».
Un gioco a rimpiattino stucchevole, che pone oggi con forza ancora maggiore un interrogativo evitato da tutti per troppo tempo. È quello che riguarda la sopravvivenza ancora oggi di certi statuti speciali capaci di produrre soprattutto privilegi, sperequazioni inaccettabili e anche enormi sprechi. Con il 15 per cento della popolazione le Regioni a statuto speciale assorbono il 23,8 per cento della spesa regionale: 44,2 miliardi su 185,7. E le maggiori competenze non sono sempre una ragione sufficiente per spiegare tanta differenza.
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