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«Il capitalismo italiano è cambiato»

La foresta pietrificata del capitalismo italiano si sta sgretolando. E negli ultimi tre anni lo ha fatto con una velocità che non si era mai registrata nel passato. Il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, in occasione della presentazione del secondo rapporto sulla corporate governance delle società quotate, sembra considerare ormai alla fine la stagione dei patti di sindacato e dei controlli incrociati che per decenni hanno ingessato l’assetto proprietario del capitalismo nazionale. Vegas mostra una slide con un reticolo societario che ha al suo centro Mediobanca e parla di una rete che si «è sostanzialmente sciolta».
Questo processo, secondo il presidente della Consob, è imputabile sostanzialmente a tre ragioni: l’entrata in vigore di una regolamentazione più stringente sui conflitti di interesse, con le nuove regole sulle parti correlate o sull’interlocking directorates. Un diverso approccio delle Authority di settore che, dice Vegas, «guardano più alla forma che alla sostanza dei fenomeni, con interventi forse un po’ invasivi ma che certamente non possono essere criticati per non essere tempestivi». E, forse il più dirompente di fattori, la crisi economica che toglie risorse a un esercizio del potere comunque costoso. «I patti di sindacato non sono più finanziariamente sostenibili. La società al centro del reticolo – chiosa Vegas – non ha più le risorse per sostenere gli aumenti di capitale nelle controllate».
In questo contesto il regolatore e il legislatore non riescono a stare al passo con la velocità alla quale si modificano i comportamenti di mercato. «Il risultato è la produzione di un volume di norme che restano inapplicate o che tendono a perdere il carattere generale per andare a disciplinare casi particolari» commenta il presidente della Consob, con un’allusione neanche tanto velata al tentativo di cambiare la norma sull’Opa mentre Telefonica sta acquisendo il controllo di Telecom. Le Authority, a suo avviso, devono concentrare gli sforzi per disincentivare i comportamenti sempre più spesso devianti degli amministratori pur in presenza di un contesto normativo in Italia ormai all’avanguardia in termini di corporate governance, democrazia azionaria e codici di autodisciplina. Vegas non usa giri di parole e torna a chiedere più poteri per intervenire tempestivamente – anche in virtù di quell’approccio che porta Consob a scandagliare la sostanza più che la forma dei comportamenti – prima che i buoi siano scappati dalla stalla. «Le Authority necessitano di poteri più omogenei» dice il presidente. Nel mirino la discriminazione prevista dal Tuf, testo unico per la finanza, che consente a Consob di sanzionare i collegi sindacali o i consigli di sorveglianza per aver vigilato male, ma non conferisce poteri analoghi per colpire in tempo reale (e non ex post come sulla omessa vigilanza) i consigli di amministrazioni o i consigli di gestione che commettono le malefatte.
Entrando nel merito del rapporto presentato ieri emerge che comunque l’assetto proprietario italiano rimane concentrato nelle stesse mani. La novità sta più che altro nel fatto che cambiano i modelli di controllo: ci sono meno gruppi piramidali e meno azionisti senza diritto di voto, i classici sistemi utilizzati per dividere la proprietà dal controllo. E questo perché gli investitori istituzionali rifuggono le imprese che fanno ricorso a questi strumenti.
Aumentano le società quotate nelle quali la quota di controllo è inferiore al 50 per cento: in sostanza, il controllo societario si è evoluto verso una presa più debole sul capitale. Nel 1998 le società controllate di diritto erano il 56 per cento del totale (31,2 per cento in termini di capitalizzazione), nel 2013 esse rappresentano il 49% delle società quotate (24,8 per cento in termini di capitalizzazione). Il numero assoluto delle società controllate da patti è però diminuito: nel 2010 erano 51, a giugno 2013 risultavano essere 43. Le famiglia controllano ancora circa il 77% delle imprese operanti nel settore industriale, mentre la finanza è il settore in cui la proprietà si è dispersa di più. Dal ’98 al 2012 la percentuale di imprese parte di gruppi piramidali si è ridotta dal 38,5 al 19,5 per cento.

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