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«Il capitalismo di relazione è morto»

«Il capitalismo di relazione è morto: è un sistema che in Italia ha prodotto effetti negativi ed è arrivata l’ora di mettervi la parola fine». Non ha scelto un pubblico a caso il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, per lanciare il proprio messaggio: di fronte a sé aveva ieri mattina molti banchieri e imprenditori che di questo sistema autoreferenziale fatto di «giornali, banche, fondazioni e partiti politici che hanno pensato di andare avanti tutti insieme, discutendo fra di loro» sono stati per lunghi anni protagonisti e che poco prima, al suo ingresso a Piazza Affari, lo avevano applaudito in maniera convinta.
Incontrando per la prima volta la comunità finanziaria in Borsa, Renzi ha tenuto fede al suo proposito di cambiare il Paese, anche a costo di essere considerato «tranchant» o addirittura «arrogante o maleducato». Ha citato Gilbert Keith Chesterton ricordando «la democrazia è il governo dei maleducati, l’aristocrazia il governo degli educati male» e ha invitato le imprese, che pure ha riconosciuto essere «tessuto forte e vitale» per il Paese, a «tirare su l’ancora», ad avere il coraggio di aprire ai capitali esterni e anche stranieri per diventare parte di un sistema più ampio: aprirsi a un mondo che «chiede dinamismo e trasparenza», rinunciando a un controllo del 100% «per governare insieme ad altri soci un’azienda più grande».
«Questo paese ha un problema di classe dirigente e non soltanto di classe politica», ha ricordato il Premier, invitando gli imprenditori a «cambiare mentalità e consapevolezza» e a «fare la propria parte» per cambiare un sistema che «se non muore, muore l’Italia» e suscitando reazioni contrastate a margine. Se per Gian Maria Gros-Pietro, presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, e per Carlo Pesenti, consigliere delegato di Italcementi, il capitalismo di relazione è «estinto da parecchio tempo» oppure «un retaggio del passato», l’amministratore delegato di UniCredit, Federico Ghizzoni, ha ammesso che il fenomeno non è «completamente morto», anche se «non rappresenta il futuro» e che «l’importante è aprirsi al mercato».
Alla platea di amministratori delle società quotate a Piazza Affari e a quelle che studiano per diventarlo attraverso il programma Elite, Renzi non ha risparmiato promesse, soprattutto per le banche. Per il Governo è infatti «priorità assoluta» una riforma normativa che metta il sistema finanziario italiano «nelle stesse condizioni degli altri Paesi». E allo stesso Gros-Pietro, che chiedeva maggiori particolari sulla direzione dell’intervento, Renzi ha replicato (con evidente riferimento alla vicenda della riforma delle popolari) di non volersi esporre in anticipo, prima però di ammettere che «stiamo negoziando con la commissione europea alcune ipotesi di intervento» e soprattutto che «nelle prossime settimane il passaggio sulle sofferenze bancarie e sugli strumenti tesi a mettere il nostro sistema bancario sullo stesso piano degli altri Paesi europei troverà corso».
A Piazza Affari il premier non si è però soltanto limitato ad aprire la strada a una possibile via italiana alla «bad bank», ma ha anche delineato un prossimo intervento sui fondi pensione. «In Italia sono numerosissimi e spesso piccoli, in molti casi hanno un grado di investimento nel nostro Paese fra i più bassi a livello europeo, e forse mondiale», ha detto Renzi riallacciandosi a un passo dell’introduzione di Raffaele Jerusalmi nel quale l’amministratore delegato di Borsa italiana aveva ricordato come a Piazza Affari il 95% degli investitori istituzionali siano esteri, mentre nel resto d’Europa la quota dei fondi nazionali sia attorno al 30-35 per cento. «È un tema sul quale sta lavorando il ministro Padoan e sarà un argomento su cui discutere molto nei prossimi mesi, credo che anche il rinnovo dei vertici Covip debba andare in questa direzione», ha ammesso il presidente del Consiglio: obiettivo finale è agevolare l’investimento dell’enorme risparmio degli italiani, cresciuto anche nella fase di crisi.

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