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Il caos blocca commercio e lavori

Greggio e gas in cambio di benzina, bitume e macchinari. 
L’interscambio tra l’Italia e la Libia è da sempre il tipico “baratto ” tra economia matura (assetata di materie prime) e sistema emergente, cui servono i macchinari per estrarle, i veicoli per trasportarle e anche i derivati raffinati di quello stesso petrolio venduto a barili. In tempi di pace, grandi accordi, sorrisi e crescita galoppante del Pil libico. Nelle periodiche crisi, bruschi contraccolpi per le nostre imprese e una “ricchezza” nazionale in caduta libera.
Tra Roma e Tripoli, nel 2013 (ultimi dati annui disponibili su base Istat) l’interscambio complessivo ha sfiorato gli 11 miliardi di euro (10,9 per la precisione), con l’Italia che, da sempre, è indiscutibilmente al primo posto come cliente e fornitore della Libia. Mentre il paese maghrebino, nel 2013, è stato il nostro 12° fornitore e il 33° cliente. Nel 2011 – l’anno della caduta di Gheddafi – Tripoli era scivolata, diventando il nostro 23° fornitore (con i rubinetti di gas e greggio semichiusi) e addirittura il nostro 67° cliente su scala mondiale.
L’interscambio commerciale si è comunque sempre progressivamente ridotto negli anni: dagli oltre 20 miliardi di euro nel 2008, era naufragato ad appena 4,5 miliardi nel 2011 (-69%). In quell’anno “nero”, le importazioni italiane erano crollate di colpo del 67% a 3,9 miliardi di euro e le esportazioni verso Tripoli di oltre il 77% (ridotte al lumicino di 610 milioni) , per poi risalire quasi ai livelli precrisi di 15,2 miliardi nel 2012, sino a chiudere il 2013, appunto, a quota 10,9 miliardi di euro. Interscambio pressoché dimezzato in appena 5 anni.
Gli ultimi dati sull’intero anno sono relativi al 2013 ed evidenziano un aumento delle esportazioni (2,8 miliardi +19,7%) e un calo delle importazioni (8 miliardi -37,2%). E se l’export è rimasto in valore al livello del 2008 (2,6 miliardi), anche le importazioni (come l’interscambio) in questi 5 anni si sono dimezzate.
I dati più recenti sono relativi al I semestre 2014 (4,7 miliardi) e mostrano una flessione di quasi il 50% rispetto al 2013. In particolare, nei primi sei mesi del 2014 l’export italiano verso la Libia è stato pari a 1,7 miliardi (-15,4%) e l’import a 3 miliardi (-58,6%).
Così come sull’ottovolante è da anni il Pil del Paese nordafricano: +4,3% nel 2010, -61,4% nel 2011, con un incredibile rimbalzo del 92% nel 2012 (l’anno dopo la caduta del regime ein grande effervescenza economica post-riuvoluzionaria), sino al -3% del 2013 e al -5,2% dell’anno scorso.
A Tripoli l’Italia vende principalmente prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio (56% dell’export totale), ovvero benzina, catrame per il manto stradale. In misura molto minore (con un peso inferiore al 5% del totale) anche macchine di impiego generale (dal movimento terra all’agroindustra) o per impieghi speciali (attrezzature per cave, miniere e metallurgia), apparecchiature di cablaggio, auto e motori (soprattutto a uso industriale e logistico). Mentre noi acquistiamo per il 90% gas naturale (47%) e petrolio (42%).
«Abbiamo contratti in essere per 40 milioni di euro e abbiamo rimpatriato gli ultimi 4 tecnici italiani domenica. Ma siamo in Libia da 30 anni e, con personale locale, continuiamo a lavorare – ha raccontato a Il Sole 24Ore Francesco Ortolani, direttore generale della Gemmo Spa (240 milioni di euro di fatturato e 700 dipendenti), specializzata in impianti tecnologici –. Abbiamo chiuso la sede di Tripoli, perchè non sicura, e spostato l’attività presso la raffineria di Azzawia,al confine con la Tunisia, nella quale svolgiamo manutenzione sia ordinaria che straordinaria. A ritmo molto ridotto, ma senza fermarci». Lo mostrano anche i dati delle Camere di Commercio.
Secondo Infocamere, nel III trimestre 2014, sono state 1569 le imprese italiane coinvolte in 4333 operazioni di export con la Libia.
Per il presidente della Camera di Commercio ItalAfrica centrale, Alfredo Cestari«Nell’immediato, per le imprese italiane, si possono stimare oltre un miliardo di euro di danni, tra conti correnti, merci, attrezzature e contratti». Cifra che escluderebbe i nostri crediti “storici” nei confronti di Tripoli.
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