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Il business «sceglie» il giudice

Anche un giudice italiano può emettere una dichiarazione di fallimento di società situate in un paese comunitario, se il centro degli interessi dell’imprenditore fallito è in Italia. Il caso di Gianfranco Lande, il cosiddetto «Madoff dei Parioli», accusato di aver truffato centinaia di investitori, ha rappresentato lo spunto per chiarire cosa debba intendersi per «centro di interessi principali del debitore». Da questa vicenda sono già scaturite, ad oggi, due sentenze penali di condanna in primo grado. Sul fronte civile, Lande è stato dichiarato fallito come socio illimitatamente responsabile della società di fatto riconosciuta esistente fra lui stesso e altri tre soggetti; e sono state dichiarate fallite anche le società di diritto inglese e irlandese attraverso le quali l’attività di raccolta del risparmio veniva svolta.
Ora, con sentenza depositata lo scorso 12 settembre, la Corte d’appello di Roma ha confermato queste sentenze. E lo ha fatto affermando in particolare il principio secondo cui «la legge fallimentare, per quanto attiene alla giurisdizione ai fini della dichiarazione di fallimento, deve interpretarsi in base alla disciplina comunitaria», dal quale deriva che «sono competenti ad aprire la procedura di insolvenza i giudici dello Stato membro nel cui territorio è situato “il centro degli interessi principali del debitore”, il quale, per le società, si presume – fino a prova contraria – coincidere con quello della sede statutaria».
La sentenza di fallimento era stata impugnata, infatti, anche per questo motivo: perché, secondo Lande e gli altri reclamanti, il giudice italiano sarebbe privo di giurisdizione al riguardo. Secondo la Corte d’appello, invece, il diritto comunitario, cui deve essere riconosciuta prevalenza sul diritto interno, attribuisce senz’altro la giurisdizione al giudice italiano, perché la giurisdizione del giudice italiano sussiste in tutti i casi in cui, indipendentemente dalla sede statutaria, il debitore abbia in Italia il centro dei propri interessi principali, come tutti gli elementi concreti indurrebbero a ritenere nel caso di Lande.
La decisione della Corte d’appello pare ineccepibile dal punto di vista dei princìpi su cui è fondata, tanto ai sensi della disciplina di legge, quanto della giurisprudenza.
Le norme di riferimento sono contenute nel regolamento comunitario n. 1346 del 2000 (dedicato alle procedure di insolvenza transfrontaliera, e recepito anche dal Regno Unito e dall’Irlanda) e sono molto chiare:
equando l’impresa assoggettabile a procedura di insolvenza sia dislocata in più Paesi, «sono competenti ad aprire la procedura di insolvenza i giudici dello Stato membro nel cui territorio è situato il centro degli interessi principali del debitore». Per le società e le persone giuridiche si presume che il centro degli interessi coincida, fino a prova contraria, con il luogo in cui si trova la sede statutaria» (regolamento, articolo 3 primo comma);
r«Se il centro degli interessi principali del debitore è situato nel territorio di uno Stato membro, i giudici di un altro Stato membro sono competenti ad aprire una procedura di insolvenza nei confronti del debitore solo se questi possiede una dipendenza nel territorio di tale altro Stato membro»(articolo 3 secondo comma);
tper «centro degli interessi principali» si deve intendere il luogo in cui il debitore esercita in modo riconoscibile dai terzi la gestione dei propri interessi (considerando n. 13).
La Corte di giustizia ha precisato che il diritto comunitario deve sempre prevalere sul diritto processuale interno, in caso di conflitto (causa C-396/09, Fallimento Interedil Srl, si veda il Sole 24 Ore del 21 ottobre 2011). Del resto questa prevalenza trova la sua ragion d’essere nel fatto che il diritto comunitario perderebbe il proprio carattere se ciascun ordinamento nazionale potesse derogarvi e ne risulterebbe minato il fondamento giuridico della Comunità.

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