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Il buono pasto guarda al digitale

Un modo per mettere qualche soldo in tasca ai lavoratori italiani con la garanzia che saranno spesi in un determinato settore economico ed entro un periodo di tempo ragionevolmente breve, dando un po’ di fiato ai consumi. È quello che potrebbe essere l’effetto più concreto della defiscalizzazione fino a 7 euro del buono pasto, prevista dalla legge di stabilità, che oggi copre un valore di 5,29 euro, e che entrerà in vigore dal primo luglio solo per i buoni elettronici, che coprono all’incirca l’11-15% del mercato di tutti i ticket. Un primo passo dunque, invocato a gran voce dalle società emettitrici, ma auspicato anche da esercenti e sindacati dei lavoratori dipendenti.Per gli operatori del settore, infatti, il ragionamento è molto semplice: se il Governo dà un bonus generico da 80 euro, non è detto che venga speso e che stimoli i consumi. Se un datore di lavoro dà un aumento, perché nelle tasche del lavoratore vadano 100 euro bisogna che l’imprenditore ne tiri fuori, tra tasse e oneri, più del doppio. Invece, dare un buono pasto defiscalizzato, spendibile nella filiera alimentare e che scade a fine anno, significa elergire soldi che vengono reimmessi a stretto giro sul mercato aumentando i consumi. E che al datore di lavoro costano solo quello che è il loro valore netto.
La nuova norma si inserisce in un mercato che oggi vale 2,7 miliardi di euro circa (dati 2013 di Cobes, il Comitato buoni pasto,Voucher sociali e servizi, aderente a Confindustria Federvarie che ritiene il dato stabile anche nel 2014) dove la torta maggiore è divisa tra i primi tre grandi player (si veda la tabella qui accanto).
Ma quale sarà l’impatto economico della defiscalizzazione? Uno studio è stato fatto: lo ha commissionato Edenred, multinazionale francese leader sul mercato italiano a OpenEconomics, spin off dell’Università di Roma Tor Vergata. Ma occorre fare attenzione perché ipotizza che la defiscalizzazione fino a 7 euro riguardi tutti i buoni pasto e non solo quelli elettronici. In questo scenario, OpenEcomics ha fatto tre ipotesi, che riguardano l’aumento a 7 euro del 20, del 40, o del 70% dei buoni pasto, il cui valore medio oggi sul mercato è di circa 5,50 euro. Ebbene, facendo l’ipotesi più rosea, quella che il 70% di tutti i ticket veda il valore salire a 7 euro, l’impatto sul Pil sarebbe dello 0,3% (0,1% se la percentuale fosse solo del 20). Anche l’impatto sui posti di lavoro potrebbe essere importante. Considerando tutti i settori coinvolti, sia direttamente sia indirettamente e sempre ipotizzando il 70% dei buoni totali a 7 euro, si potrebbero creare secondo lo studio oltre 73mila nuovi posti di lavoro, e circa 29mila nel caso l’incremento riguardasse solo il 20% di tutti i buoni.
Commenta Maurizio Sberna, responsabile relazioni istituzionali di Edenred Italia: «Molte aziende si sono fatte promotrici di una misura di defiscalizzazione, si pensi ai contratti che devono essere rinnovati e alla possibilità di mettere questo tipo di aumenti sui tavoli delle vertenze. Oggi il 75-80% del valore speso dei buoni pasto finisce a bar, trattorie, tavole calde».
Spiega Giovanni Arrigoni, presidente di Cobes: «La scelta del Governo di alzare la defiscalizzazione solo per i buoni elettronici, ha un significato di tipo congiunturale, perché è più facile per il Governo trovare la copertura del 10-15% del mercato piuttosto che per tutto. Ma è anche strutturale, nel senso che il passaggio al digitale servirà a un maggior rispetto delle regole di utilizzo del buono stesso, evitando, per esempio, il riciclo del ticket cartaceo». Oggi, a detta delle principali società emettitrici, il buono pasto viene spesso riutilizzato dagli esercenti che dovrebbero rimandarlo a chi lo ha emesso pagandoci sopra la commissione e viene invece riutilizzato per esempio per comprare merci nei supermercati.Ma il passaggio all’elettronico non sarà così semplice, avverte Arrigoni. Infatti finora non esiste un’infrastruttura comune, che consenta a un esercente con un unico pos di “leggere” tutti i buoni elettronici. Occorrerà sfruttare il tempo che resta prima dell’entrata in vigore della nuova defiscalizzazione per avviare una soluzione comune.
«Dotarsi di un pos – afferma Gregorio Fogliani, presidente di Qui! Group, secondo player di mercato e primo tra gli italiani – comporta per l’esercente una spesa, che però poi si ripaga sui costi di fatture da compilare, spedire e così via. Qui!Group ha già avviato da tempo il progetto di una prima rete nazionale di esercenti connessi e “full digital”, secondo lo standard Passpartù. Noi oggi sulla stessa carta prepagata carichiamo sia il buono pasto, sia altri tipi di coupon, buoni spesa, e altro».

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