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Il BTp scende sotto il 2% in attesa di Draghi

Ai mercati piace portarsi avanti. Ed è quello che hanno fatto ieri, quando abbiamo assistito a nuovi acquisti sui titoli di Stato della periferia dell’Eurozona, a un indebolimento dell’euro sul dollaro e a un nuovo rafforzamento di asset class più rischiose come le azioni. Esattamente quello che accadrebbe nel caso la Banca centrale europea annunciasse un piano di quantitative easing con annesso acquisto di titoli di Stato dell’Eurozona.
E oggi dal consiglio direttivo della Bce e dal successivo discorso del governatore Mario Draghi i mercati si aspettano nuovi dettagli sull’ipotesi di «qe» della Bce nel 2015 che è ormai alle porte. In un certo senso, attraverso nuovi acquisti sui titoli di Stato, è come se gli investitori stiano spronando la Bce ad andare in questa direzione espansiva. Non a caso i titoli di Stato della periferia hanno aggiornato nuovi minimi storici. I BTp a 10 anni sono scesi all’1,97% (territorio inesplorato a livello nominale ma non a livello reale dato che qualche anno fa quando i BTp pagavano il 5% l’inflazione era oltre il 3%, di conseguenza il rendimento reale era più basso di quello attuale alla luce di un tasso di inflazione vicino allo 0). Lo spread nominale con il rispettivo Bund tedesco è sceso a 123 punti, come non accadeva da luglio 2010. I Bonos spagnoli sono scivolati all’1,84%, dopo aver toccato un minimo storico intraday all’1,8%. Se ci si sposta sul prezzo (che si muove in direzione opposta) si scopre che da inizio anno anno BTp e Bonos hanno offerto un rendimento del 15% e il Bund, pur essendo un investimento rifugio e quindi tendenzialmente più allineato a fasi di avversione al rischio, è salito del 7%.
Se arriverà il «qe» della Bce lo spread potrebbe continuare a ridursi e non è da escludere – a detta di molti analisti – che scenda sotto i 100 punti base. Va peraltro detto che il calo dei titoli di Stato riflette sia le aspettative su una nuova iniezione monetaria da parte della Bce ma anche i timori che anche nel 2015 l’inflazione dell’Eurozona resti profondamente lontana dall’obiettivo «inferiore ma vicino al 2%» dell’istituto di Francoforte. E questo anche alla luce del fatto che l’economia reale dell’Eurozona continua a dare segnali di stanchezza, a fronti dei forti (e irrisolti) squilibri di bilancia dei pagamenti tra Nord e Sud. L’ultimo dato debole è arrivato ieri: l’indice finale composito Markit Pmi della produzione ha segnato 51,1 punti a novembre, in calo rispetto a 52,1 di ottobre e indebolito rispetto alla precedente stima flash di 51,4. Non si può poi omettere dal discorso l’andamento del petrolio, il cui ribasso da giugno del 40% comporterà per i principali Paesi europei un ulteriore spinta deflativa (la cosiddetta “deflazione importata). Il che accentuerebbe le pressioni verso politiche espansive da parte della Bce. Anche per questo motivo il clima è tornato positivo anche sulle Borse. Piazza Affari ha chiuso con un rialzo dell’1%. Meglio ha fatto Madrid (+1,4%) mentre Francoforte e Parigi hanno registrato variazioni positive più moderate. Nel listino milanese, la migliore blue chip è Fca, che ha raggiunto quota 10,98 euro (+4,5%) segnando un nuovo massimo storico all’indomani della diffusione dei dati sulle immatricolazioni di Chrysler in America. Bene anche Finmeccanica (+2%), mai così in alto dal 2011. Buon andamento di alcuni titoli bancari, in particolare le popolari: Bpm (+2,69%), Banco Popolare (+2,61%) e Bper (+2,59%), in attesa del 2015, che potrebbe essere l’anno decisivo per la riforma della governance di questi istituti di credito. Di segno opposto Banca Mps (-1,73%).
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