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Il BTp resiste al taglio del rating

La montagna Standard & Poor’s partorisce un topolino. Il taglio del rating sul debito italiano operato a sorpresa venerdì sera dall’agenzia non ha infatti avuto ieri sui mercati i contraccolpi che alcuni temevano (e altri, per la verità, non prevedevano affatto). Piazza Affari ha sì chiuso in calo dello 0,68%, ma lo ha fatto in buona compagnia degli altri listini europei, tutti deboli dopo le indicazioni deludenti dal Giappone (dove l’economia ha subito una contrazione maggiore delle attese nel terzo trimestre dell’anno) e dalla Cina (dove i dati su import ed export hanno deluso). E anche il rendimento dei BTp decennali, dopo una sbandata iniziale, ha terminato ancora una volta sotto la soglia del 2% (1,94% per la precisione, con un differenziale nei confronti del Bund tedesco di 122 punti base) fino a pareggiare i minimi storici segnati proprio la scorsa settimana prima del pronunciamento dell’agenzia.
L’abbassamento a «BBB-» da «BBB» del merito di credito sul debito del Tesoro non era di per sé sotto l’aspetto tecnico una mossa particolarmente rilevante, dato che non cambia per esempio le carte in tavola sul tema delle trattenute (haircut) che la Bce effettua sui titoli presentati come garanzia dalle banche in cambio di finanziamenti. Porsi qualche dubbio era tuttavia lecito, se non altro perché S&P ha messo il dito sulla piaga ricordando la crescita asfittica del nostro Paese (e abbassando ulteriormente le stime) e avvertendo sul rischio che le riforme effettuate e promesse dal Governo Renzi possano essere poi snaturate in fase di attuazione. E anche perché la bocciatura è giunta in un periodo in cui per altri (vedi Irlanda) l’agenzia si muove in direzione del tutto opposta.
Ancora una volta però ha finito per prevalere la spinta a favore determinata dalle crescenti attese per mosse più incisive da parte della Bce nel futuro prossimo: l’acquisto di titoli di Stato (o «quantitative easing») che i mercati ormai si aspettano per i primi mesi del 2015, forse anche già a gennaio. Ieri, in una giornata di per sé povera di spunti macroeconomici, è stato Ewald Nowotny, governatore della Banca d’Austria e ritenuto unanimemente fra i più strenui oppositori della politica ultraespansiva propugnata da Mario Draghi ad attirare l’attenzione, riconoscendo il massiccio rallentamento della crescita e dell’inflazione dell’Eurozona e ammettendo che in un simile scenario è sensato discutere dell’ipotesi di acquisto di titoli di Stato «con tutti i pro e i contro». Parole che hanno immediatamente fatto scendere i rendimenti dei BTp decennali sotto il 2% e che soprattutto hanno indebolito l’euro fino a spingerlo su nuovi minimi da due anni e mezzo a questa parte a 1,2250 dollari.
Il vero market mover della settimana, sotto questo aspetto, resta l’appuntamento di giovedì prossimo, quando la Bce effettuerà la seconda operazione di rifinanziamento a lungo termine (Tltro). Le banche europee potrebbero in teoria ritirare fino a 317 miliardi di euro, ma la sensazione è che l’esito possa essere ancora una volta deludente, anche al di sotto dei 148 miliardi mediamente previsti secondo le indicazioni raccolte dall’agenzia Bloomberg: troppo poco per raggiungere l’obiettivo ormai dichiarato di riportare il bilancio Bce a 3mila miliardi dagli attuali 2.054 miliardi.
«Con le misure esistenti, Tltro e acquisti di Abs e covered bond, il bilancio potrebbe crescere in termini netti soltanto di circa 300 miliardi nei prossimi due anni», sostengono gli analisti di Barclays Research. Ed è soprattutto per questo motivo che il mercato si aspetta qualcosa di più (cioè l’acquisto diretto di titoli di Stato) per colmare il divario e quindi finisce per sostenere le quotazioni dei BTp, così come degli altri bond sovrani dell’Eurozona. E per relegare definitivamente in secondo piano la pur sonora bacchettata inflitta da S&P al nostro Paese.

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