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Il Brasile taglia il costo del denaro

di Gianluca Di Donfrancesco

L'economia mondiale rallenta e la Banca centrale brasiliana taglia di mezzo punto i tassi d'interesse, portandoli al 12 per cento, comunque sempre tra i più alti al mondo. Una mossa non del tutto scontata, anche se già all'inizio della settimana erano arrivate avvisaglie di un'inversione di rotta, dopo i cinque rialzi consecutivi del costo del denaro da gennaio.

La frenata negli Stati Uniti e nell'Eurozona ha convinto il Brasile a spostare l'attenzione dalla lotta all'inflazione alla crescita e la Borsa ha subito festeggiato, seguita dai sindacati e dagli industriali, mentre il real perde quota sul dollaro.

Il Brasile diventa così il secondo Paese del G-20, dopo la Turchia, a tagliare i tassi per proteggere l'economia. In un meeting straordinario, il 4 agosto, la Banca centrale di Ankara aveva abbassato il costo del denaro al minimo record del 5,75 per cento. E l'esempio potrebbe essere presto seguito dal Messico: anche qui l'economia (e inflazione) dovrebbe crescere meno del previsto quest'anno.

La decisione presa dal board della Banca centrale brasiliana nella notte tra mercoledì e ieri non è stata tuttavia unanime, due consiglieri su sette hanno votato contro, preoccupati dal costo della vita, ormai al 7,1%, ben oltre il tetto del 6,5% fissato per il 2011 e ai massimi da sei anni. Nel suo comunicato, la Banca centrale ha sottolineato che il «sostanziale deterioramento» dell'economia globale potrebbe «durare a lungo» e potrebbe frenare il commercio e i flussi d'investimento nel Paese. Una «correzione moderata» dei tassi, continua la nota, non impedirà di raggiungere il target d'inflazione del 4,5% l'anno prossimo.

Quello che i membri del board non scrivono nella nota, ma che devono aver considerato, è che la frenata dell'economia mondiale raffredderà le quotazioni delle commodities, uno dei principali fattori dietro la corsa dei prezzi nel Paese. La discesa dei prezzi delle materie prime, se sarà consistente, sarà allora un freno all'inflazione molto più efficace di qualsiasi rialzo dei tassi d'interesse. Inoltre, in una fase di potenziale riflusso degli scambi commerciali, di sicuro non aiuta avere un real pesante e dalla fine del 2008, la moneta brasiliana è stata quella che più si è apprezzata tra le divise dei Paesi emergenti.

Insomma, il Brasile si è reso conto in fretta che la priorità non è più quella di raffreddare l'economia, quanto piuttosto di preservarne la spinta, ora che i fattori inflattivi esogeni potrebbero esaurirsi.

Del resto, i segnali sul fronte interno sono chiari: il Pil del Brasile rallenterà quest'anno al 3,9%, dopo il 7,5% messo a segno nel 2010; la produzione industriale a luglio è scesa dello 0,3% e l'attività economica, misurata ogni mese dalla Banca centrale, si è contratta a giugno per la prima volta dal 2008.

Il taglio dei tassi sembra addirittura coordinato con il Governo, che ha appena corretto al rialzo l'obiettivo di avanzo primario dello Stato. In un'intervista rilasciata alla Reuters mercoledì, poche ore prima della decisione della Banca centrale, il ministro delle Finanze Guido Mantega aveva ribadito la volontà di arrestare la corsa del real, assicurando che l'inflazione è sotto controllo. Il giorno prima, il presidente Dilma Rousseff aveva commentato in un'intervista alla radio le politiche di riduzione della spesa pubblica, affermando che questo «apre la strada alla discesa dei tassi», necessaria per dare sostegno alla crescita. La Rousseff aveva subito puntualizzato che la Banca centrale decide in piena autonomia, ma il taglio è arrivato puntualissimo, come le critiche dell'opposizione a quelle che sembrano ingerenze sull'indipendenza della politica monetaria. E ora in molti sono pronti a scommettere che sia cominciato un ciclo di ribassi del costo del denaro.
 

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