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Il boom dei contratti a termine e l’eterno nodo della flessibilità

Novantaseimila nuovi contratti a tempo determinato in un solo mese. La rilevazione Istat di martedì scorso riferita ai dati sull’occupazione di aprile 2021 ci ha fornito un’indicazione interessante su come si sta muovendo il mercato italiano del lavoro. Rilevazione confermata da un riscontro empirico: la Adecco, leader di mercato delle agenzie private, registra un incremento boom dei contratti di somministrazione (oltre il 60% in più rispetto al 2020) ma soprattutto ha fatto segnare il record storico degli ultimi venti anni. Di conseguenza se la pandemia aveva generato una disoccupazione selettiva a danno di giovani e donne, sempre facendo perno sui dati Istat possiamo dire che la riapertura delle attività sta privilegiando proprio le assunzioni a termine di giovani e donne. Per capirne di più sarebbe necessario splittare il dato e contare quanti tirocini, quanti part time e quanta somministrazione si sono sommati per comporre quota 96 mila. Avremmo dettagli importanti per capire il nesso tra quantità e qualità del lavoro.

Ma non potendo saperlo a breve possiamo solo dire che sono tre le componenti di questo piccolo boom: a) il rimbalzo dell’economia reale e in particolare dei servizi e dell’edilizia; b) l’incertezza da parte delle imprese che, non sapendo se si tratta di una fiammata o di una crescita strutturale dell’economia, per ora si tengono alla lontana dai contratti a tempo indeterminato; c) la scelta delle aziende di assumere con il contratto a termine giudicato più «tutelante» rispetto ad altre forme similari o all’utilizzo della partita Iva. «E’ di queste evidenze che bisognerebbe discutere – commenta l’economista dell’Ocse Andrea Garnero – e invece il discorso politico italiano finisce per essere monopolizzato dal blocco dei licenziamenti, che è solo uno dei temi in discussione in questa fase e forse nemmeno il principale».

Archiviato aprile, la domanda-chiave diventa: ci stiamo avviando a una ripresa dell’economia caratterizzata da un secco predominio dei contratti a termine sui posti fissi, come era accaduto seppur in condizioni diverse nella ripresina del 2017-18? E’ ancora presto per dare una risposta: gli ottimisti sostengono però che il mix tra determinato e fisso si potrà riequilibrare già entro il 2021 per i primi effetti degli investimenti legati al Pnrr. Se invece non andasse così avremmo sicuramente un riaccendersi del dibattito sul precariato, che è stata una costante degli anni Dieci e ha portato all’adozione da parte dei vari governi di provvedimenti-bandiera, come erano stati con opposte visioni sia il Jobs act di Matteo Renzi sia il decreto Dignità di Luigi Di Maio. Intanto il governo Draghi ha deciso di sospendere fino a dicembre 2021 l’obbligo della causale nella stipula dei contratti a termine — prevista dal Dignità — e questa scelta ne ha certamente favorito l’utilizzo da parte delle imprese. Vedremo cosa deciderà il governo per il 2022, se vorrà ritoccare la legge o magari si limiterà a rimandare il tema della causale alla contrattazione collettiva di primo livello.

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