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Il bonus spinge le tutele crescenti

C’è una sottile “linea rossa” che lega il contratto a tutele crescenti con l’agevolazione contributiva introdotta dal comma 118 dell’articolo unico della legge di stabilità 2015. Entrambi gli istituti, infatti, sono finalizzati a favorire l’assunzione a tempo indeterminato o, per meglio dire, per cercare di rimuovere la paura di molti datori a stabilizzare un rapporto di lavoro.
Per verificare il diritto all’esonero triennale, fermo restando che il contratto deve essere a tempo indeterminato (anche part time) è sufficiente conoscere lo status del lavoratore negli ultimi sei mesi che precedono la data dell’assunzione. Se nel semestre precedente non emergono periodi di lavoro a tempo indeterminato con contratto di lavoro subordinato (a maggior ragione se è rimasto disoccupato), tutte le altre ipotesi quali il tempo determinato (anche con lo stesso datore), co.co.co. o co.co.pro, lavoratore occasionale, associato in partecipazione, lavoro accessorio, partita Iva sono ininfluenti e quindi contribuiscono a creare il semestre “bianco” necessario per ottenere l’esonero.
Per il resto va ricordato che esiste un tetto annuale di 8.060 euro all’esonero, che però non dovrebbe incidere più di tanto, in quanto corrisponde a retribuzioni intorno ai 25.000- 28.000 euro (l’importo varia in funzione dell’aliquota Inps applicata), che di norma sono quelle corrispondenti a un livello salariale medio vigente nel nostro Paese.
Va aggiunto che il beneficio, per ora, vale solo nel 2015 (anche se la norma fa riferimento ai contratti “stipulati” e non “avviati” entro il 31 dicembre), ma ciò significa comunque, a scanso di equivoci, che se l’assunzione viene effettuata in data 31 dicembre 2015 l’esonero spetta comunque per 36 mesi.
Parrebbe altresì (ma il condizionale è d’obbligo) che il beneficio (non a caso definito esonero e non come sgravio), possa superare il vaglio della Comunità europea e non essere considerato aiuto di Stato (con tutte le limitazioni previste: Ula, regime de minimis, eccetera). Inoltre l’eventuale superamento dello stanziamento contenuto nel comma 122 della legge di stabilità dovrebbe essere ripianato, contrariamente alle risorse destinate, allo stesso titolo, al settore agricolo, dove il plafond di 2 milioni di euro (per il 2015) di cui al comma 120 è da considerarsi un limite invalicabile oltre il quale l’agevolazione non può più essere riconosciuta.
Spostandoci sulla disciplina del contratto a tutele crescenti, l’agevolazione che ne dovrebbe derivare a favore dei datori di lavoro consiste essenzialmente in un allontanamento della reintegrazione (fulcro su cui è impostato l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori) che è esclusa per i licenziamenti economici e resterà applicabile alle ipotesi di licenziamento discriminatorio, nullo, ovvero ai casi in cui il lavoratore venga licenziato per motivi disciplinari ma il fatto materiale contestato si rivela insussistente. Negli altri casi ci sarà un’indennità economica: 2 mensilità per ogni anno di anzianità con un minimo di 4 e un massimo di 24 (alla pari di quanto previsto per i licenziamenti economici).
Proprio conoscere a priori il “pedaggio“ da pagare in caso di soccombenza giudiziale costituisce un vantaggio. Peraltro questa situazione potrebbe diventare residuale, dato che il decreto prevede una possibilità di conciliazione che potrebbe indurre il lavoratore a rinunciare all’impugnazione e abbandonare la controversia.
E questo appare un ulteriore vantaggio non solo per le parti in causa ma anche per le stesse cancellerie dei tribunali che potrebbero vedere alleggerito in modo sensibile il numero delle cause pendenti.

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