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Il bilancio condanna almeno 2.500 partecipate

Un «prosciuttificio», due enoteche, cinque distributori di benzina, 56 negozi e altrettanti esercizi di commercio all’ingrosso, senza contare le 112 aziende del magazzinaggio e le 550 nel settore delle «attività professionali, scientifiche e tecniche», dagli «studi di architettura» alla pubblicità e alle ricerche di mercato. Sono tutte società partecipate dalla Pa: riusciranno a sopravvivere al nuovo tentativo di riforma?
I parametri
Nel lungo dibattito sulla drastica sfoltita che il Governo vuole dare alle società partecipate dalla pubblica amministrazione c’è stata la fase degli slogan, con la promessa di passare «da 8mila a mille» società collegate al mondo pubblico, poi si è passati agli obiettivi politici, con l’idea “promossa” che il decreto appena approvato in via preliminare dal Consiglio dei ministri possa portare alla chiusura di 2mila realtà nel primo anno di applicazione. Ora, con il testo che ha assunto una forma definita in attesa che si avvii il passaggio parlamentare, è il caso di puntare verso i numeri veri delle aziende messe nel mirino dalle nuove regole.
I numeri in gioco
La questione non è semplice, perché l’obiettivo di arrivare a un censimento condiviso delle partecipazioni pubbliche non è mai stato raggiunto, anzi sarà uno dei compiti che faranno sudare la nuova Unità di controllo del ministero dell’Economia, che dovrà vigilare sull’attuazione della riforma. Ora che sono stati definiti i parametri per individuare le partecipate che secondo la riforma non possono più avere cittadinanza nella Pa, però, si possono individuare i numeri delle aziende pubbliche messe nel mirino.
Le società «commerciali»
Almeno nelle sue intenzioni esplicite, infatti, il decreto sulle partecipate è più chiaro dei tanti suoi predecessori che non hanno colpito nel segno. Alle pubbliche amministrazioni si chiede di scrivere entro sei mesi (il conto alla rovescia partirà ovviamente dall’entrata in vigore del provvedimento) un piano straordinario di razionalizzazione, in cui deve essere prevista l’alienazione entro un anno delle partecipazioni che non rispettano i nuovi criteri. A differenza del passato, non viene lasciata alternativa, perché chi non scrive il piano oppure non lo realizza perde i diritti di socio e sarà comunque obbligato dall’Unità di controllo del Mef ad alienare o liquidare in denaro le partecipazioni fuori regola.
Nei nuovi parametri, prima di tutto, non trovano spazio appunto le società che producono beni e servizi commerciali in settori dove esiste la concorrenza. Secondo il dossier Cottarelli, che nonostante il ritorno dell’ex commissario a Washington visto il rapporto non proprio idilliaco con Renzi rimane di gran lunga il principale ispiratore della riforma, rientrano in questo campo 1.651 partecipate, che nel 2012 (ultimo anno disponibile nelle banche dati dell’Economia) hanno prodotto una perdita complessiva di 166,6 milioni.
Questione di fatturato
Altra categoria targata Cottarelli che ritorna pari pari nel decreto è quella delle mini-società, individuate sulla base del fatturato medio degli ultimi tre anni. L’asticella in questo caso viene collocata al punto più alto fra quelli finora ipotizzati, perché secondo il decreto l’alienazione dovrà colpire tutte le partecipate che non hanno raggiunto il milione di euro. In base ai calcoli del commissario, sono 2.545 le società pubbliche che non sono in grado di certificare il superamento del milione di euro in bilancio, per cui potrebbe essere proprio questo il parametro più potente nell’armare le forbici della riforma.
Gli organici minimi
Naturalmente le 2.545 mini-partecipate e le 1.651 società che hanno invaso il campo del libero mercato non possono essere sommate, perché la stessa azienda può tranquillamente far parte di entrambe le categorie. Ma c’è un terzo gruppo, ancora più numeroso, di partecipate che la riforma prova a indirizzare verso l’estinzione, e cioè le aziende con più amministratori che dipendenti. Nelle tabelle di Cottarelli sono 3.035 le aziende che hanno organici fino a 5 persone, e altre fra le 2.093 che non hanno dichiarato il numero di dipendenti potrebbero ingrossare il gruppo.
Tre vie per il personale
Il cantiere, insomma, è enorme e destinato a scontrarsi con una lunga serie di resistenze sui territori. Per provare ad avere più chance rispetto ai tanti tentativi che l’hanno preceduta, la riforma affronta direttamente il tema del personale delle partecipate. La questione è decisiva per i numeri, visto che i dipendenti delle partecipate sono 501mila secondo Cottarelli, e perché è alimentata anche dal fatto che pure le società controllate dagli enti pubblici “ammesse” dalle nuove regole dovranno effettuare in sei mesi un censimento dei dipendenti in cui indicare le «eventuali eccedenze». Per queste persone si aprirà una prospettiva uguale a quella dei dipendenti delle Province: la Funzione pubblica dovrà gestire gli elenchi degli esuberi, divisi per profili professionali, e le altre controllate, quando vorranno assumere nuovo personale, dovranno passare da questi elenchi, a meno di non certificare l’assenza della professionalità che stanno cercando. Questo blocco, previsto fino al 31 dicembre del 2018, sta a indicare l’orizzonte temporale che il governo si dà per portare di fatto a regime il riassetto degli organici.
Diverso è il caso dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche che nel tempo sono passati alle società per l’uscita delle funzioni dai confini del loro ente. Per loro si apre un canale preferenziale al ritorno nell’ente di provenienza, perché l’aver svolto a suo tempo un concorso pubblico permette la reinternalizzazione. Tutto ciò, però, non significa ritorno certo nell’ufficio di provenienza, perché la Pa dovrà comunque rispettare i limiti al turnover e i tetti di spesa del personale.
Se un’attività passerà dall’in house a un nuovo affidatario scelto con gara, per le liberalizzazioni previste dalla riforma parallela dei servizi pubblici e dalla delega appalti, scatteranno delle clausole sociali sul riassorbimento del personale interessato. È da capire, però, se questa rete sarà sufficiente a gestire tutti gli esuberi che possono nascere da un taglio vero ad ampio raggio delle partecipate pubbliche.
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