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Il Big Mac raffredda le Borse Ue

«Deluxe», «big» e «double». E, ieri, anche «financial». Le tante voci del menu di McDonald’s, dai panini extralarge a quelli ultraricchi, hanno anche un’inattesa venatura borsistica. Ne sanno qualcosa quei listini, come Wall Street, che ieri hanno segnato qualche momento di tensione con la pubblicazione della nuova trimestrale di McDonald’s: dopo i conti — sotto le attese degli analisti — è partita un’ondata di vendite che ha agitato per un momento le acque delle Borse, poi ripartite con un riflusso di acquisti su altri titoli.

Il motivo? Le vendite contenute in Europa e Asia dei fast food più famosi del mondo hanno pesato sugli utili trimestrali di McDonald’s, saliti sì del 3,7% a 1,4 miliardi di dollari, ma meno di quanto sperassero gli investitori. Per l’amministratore delegato, Don Thompson, il mercato «resta difficile e le incertezze economiche premono sulla spesa per consumi». Per questo la società prevede vendite globali «piatte» per luglio e si aspetta risultati «sotto pressione» per il resto del 2013. Così, che sia anche per ragioni dietetiche o no, un altro mito americano — dopo Coca Cola — perde terreno in Borsa subito dopo i dati del secondo trimestre.

Eppure anche ieri, tra alti e bassi, molte Borse hanno chiuso le contrattazioni in rialzo. Tanto che quella che doveva essere una nuova esatte della speculazione, finora sembra procedere relativamente calma. Milano, per esempio, ha terminato la seduta in crescita dello 0,68% e lo spread italo-tedesco è sceso da 289 a 280 punti. Su anche Parigi (+0,37%), giù invece — ma con un calo frazionale — Londra e Francoforte. New York, intanto, viaggia sui massimi storici o poco sotto. In generale le quotazioni— eccezioni a parte come McDonald’s — sono spinte dallo scongiurato rischio di elezioni anticipate in Portogallo e dalla netta vittoria alle urne per il Partito liberaldemocratico del premier Shinzo Abe in Giappone. L’indice globale Msci World, che sintetizza l’andamento delle principali Borse mondiali, è a un soffio dai massimi degli ultimi cinque anni. Perfino l’oro è tornato a a salire con decisione, fino a 1.334 dollari l’oncia (+3%).

Sono altre due, però, le cose che forse saltano più all’occhio guardando le piazze finanziarie. La prima è, ancora una volta, la scarsa «performance» di Piazza Affari rispetto agli altri grandi listini. A parte l’exploit di ieri, Milano fa «brutta figura» tanto nel breve quanto nel lungo periodo, guardando ai rendimenti conseguiti. Non solo, infatti, New York, Londra, Francoforte e Parigi sono sopra i valori precrisi o poco sotto — mentre Milano ne è molto lontana — ma anche nell’ultimo mese il rimbalzo italiano è il più «discreto» della cinquina. Il secondo punto è il cambio euro-dollaro, che ruota intorno a quota 1,30 (1,32 ieri) da diversi mesi. Monetariamente è quasi un paradosso, che sembra non riflettere appieno la politica monetaria espansiva della Bce e le debolezze dell’Eurozona. Economicamente è uno svantaggio per l’export europeo e di riflesso un punto di forza per quello americano.

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