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Il balzo avanti (a sorpresa) della crescita Usa

Economia Usa in netta ripresa: non solo l’occupazione ha ripreso a crescere in misura consistente da diverso tempo (cinque mesi consecutivi con più di 200 mila nuovi posti di lavoro creati e luglio che probabilmente confermerà il trend coi dati che verranno resi noti domani), ma adesso arrivano buone notizie anche dal Pil. Dopo l’improvvisa flessione del periodo gennaio-marzo, nel secondo trimestre il reddito nazionale è tornato a crescere in misura consistente: 4 per cento, assai più del 3 previsto dagli economisti. I dati diffusi ieri dal governo hanno fugato i timori di chi temeva che quel calo non fosse solo figlio delle 16 nevicate che hanno flagellato l’East Coast bloccando a lungo aeroporti e costruzioni. I pessimisti pesavano che dietro potesse esserci anche qualcosa di più profondo, visto che stava calando anche l’export.
I numeri di ieri fugano gran parte delle nubi. Segnalano una forte ripresa dei consumi interni e anche delle esportazioni. C’è, poi, un forte contributo dato dalla ricostituzione delle scorte di magazzino alla crescita del reddito nazionale. Un certo impatto espansivo lo ha avuto anche la spesa pubblica che ha dato un peso superiore a quello dei trimestri precedenti. Ma qui, comunque, non si è andati oltre l’1,7 per cento. Un quadro positivo, ma che, come spesso accade quando migliora il quadro produttivo, ha finito per preoccupare i mercati finanziari: Wall Street teme che la normalizzazione dell’ economia possa spingere le autorità monetarie Usa a dichiarare conclusa la fase di emergenza che dura dall’autunno del 2008 e ad aumentare prima del previsto il costo del denaro, praticamente ridotto a zero da ormai quasi sei anni. Ma i timori espressi da alcuni analisti per una ripresa dei tassi d’interesse che potrebbe manifestarsi già dalla fine del 2014, anziché a metà del 2015 come più volte indicato dalla stessa Banca centrale americana, si sono diradati ieri sera dopo che il «direttorio» della Federal Reserve ha fissato i suoi interventi estivi: l’acquisto mensile di titoli sul mercato è stato ulteriormente ridotto di 10 miliardi di dollari (ora ne restano 25, rispetto agli 85 originali) e questa forma di sostegno alla liquidità verrà azzerata entro ottobre.
Ma la Fed ha poi confermato che sull’aumento del costo del denaro si muoverà coi piedi di piombo, nonostante il miglioramento della congiuntura: certo la disoccupazione è calata, scendendo fino al 6,1 per cento, l’1,4 per cento in meno rispetto a un anno fa. Ma, nonostante un progresso così significativo, che nessun altro Paese occidentale può vantare, la Fed ha sentenziato che non è tempo di facili ottimismi e ha usato per la prima volta un linguaggio alquanto enfatico per denunciare che il sistema economico americano rimane caratterizzato da «una significativa sottoutilizzazione delle risorse lavorative».
Segno evidente che, al momento, i governatori della Banca centrale non hanno intenzione di anticipare la normalizzazione dei tassi (con l’unica eccezione del presidente della Federal Reserve di Philadelphia, Charles Plosser, che, infatti, ha votato contro la scelta fatta dai suoi colleghi in materia di costo del denaro). Plosser teme una ripresa delle tensioni inflazionistiche, ma il presidente della Fed, Janet Yellen, è molto più sensibile alle sofferenze dell’economia reale e ai problemi di tenuta del tessuto sociale. L’economista succeduta nel gennaio scorso a Ben Bernanke tiene, ovviamente, conto anche della dinamica dei prezzi, ma per adesso non si sono registrate tensioni su questo fronte. Anzi, fino a un mese fa prevalevano i timori di deflazione.
D’ora in poi, comunque, la questione del costo del denaro sarà permanentemente sotto i riflettori: con la stabilizzazione dell’economia e il consolidamento della ripresa, diventerà sempre più difficile giustificare il mantenimento di un quadro emergenziale, almeno in materia di costo del denaro. La spiegazione vera è che, col Congresso paralizzato dai contrasti tra repubblicani e democratici e Obama con le mani legate, la politica monetaria rimane l’unica leva economica significativa che può essere usata a Washington. Il presidente continua a essere incalzato dai repubblicani e se le voci di un tentativo di impeachment sulle politiche per l’immigrazione si riveleranno probabilmente infondate, la destra ha cercato di mettere ieri sera in votazione un atto che accusa Obama di aver abusato dei suoi poteri nell’attuazione della riforma sanitaria.

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