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Il 2013 delle Borse? Piatto e volatile

Anche se le ultime sedute sembrano rafforzare l’idea di un rally di fine anno, ormai gli operatori guardano avanti. Al 2013, che sarà un altro anno senza certezze e, probabilmente, molto volatile. I report di previsione, che da un paio di settimane stanno arrivando sui tavoli degli investitori, concordano su questo. E se i rapporti di valutazione restano bassi, non ci sono comunque da aspettarsi – in linea generale – grandi guadagni borsistici.
Lo staff di Morgan Stanley che si occupa di Wall Street, per esempio, ha un target price dell’S&P 500 per fine 2013 a 1.434 punti. Un valore sostanzialmente uguale ai corsi attuali, perché la crescita dei profitti aziendali della Corporate America è vista rallentare. La frenata delle stime sulla crescita degli utili è un fenomeno già in corso. Di solito a inizio anno si parte con forecast molto alti da parte degli analisti, che poi li rivedono al ribasso con il passare dei mesi. Adesso però è già iniziato il downgrade delle stime 2013: la media degli analisti a Wall Street vedeva profitti in aumento dell’11,3% un paio di mesi fa e ora ha ridimensionato a meno del 10%, un movimento simile a quello europeo (attese calate fra settembre e novembre dal 12,4 al 10,9%).
Poi, naturalmente, durante l’anno la volatilità potrebbe far salire o scendere il valore dei benchmark (sempre Morgan Stanley individua per l’S&P 500 la possibilità di un minimo verso i 1.135 punti in caso di fase Orso e un massimo attorno ai 1.733 qualora dovesse prevalere un Bull market), ma alla fine i fondamentali dovrebbero ricondurre i valori dell’indice verso l’area 1.400-1.430.
Un po’ meno pessimisti sono gli analisti di Jp Morgan Asset Management, che in un report sottolineano come una piccola delusione sul fronte degli utili «non dovrebbe intaccare seriamente il supporto alle quotazioni azionarie derivante dalle basse valutazioni. Le azioni americane stanno trattando a un Price/book value (Prezzo/valore di libro) di 2,2, il 24% sotto la media di lungo termine, mentre in Europa (esclusa la Gran Bretagna) il rapporto è solo 1,4%, il 33% sotto la media storica».
Comunque non è solo questione di profitti aziendali. Se torniamo al quadro d’insieme, la decisione con cui Mario Draghi ha difeso l’euro e la certezza che Ben Bernanke resterà nel suo ruolo di guardiano del dollaro dopo la rielezione di Obama negli ultimi mesi hanno certamente abbassato il livello di ansia sui mercati e confermato che Bce e Fed faranno tutto quanto possibile per riportare l’economia mondiale alla crescita.
Ma i problemi di fondo restano tutti: la durezza dei piani di risanamento europei e i rischi, anche di tenuta sociale, provenienti dalla Grecia e dagli altri Paesi periferici; le tensioni geopolitiche in Medio Oriente, con la possibilità di una veloce escalation militare e i timori dell’espansione islamista; l’interrogativo sull’economia cinese, e se cioè Pechino riuscirà a passare da “fabbrica del mondo” a un’economia trainata dalla domanda interna; la voragine del debito giapponese, una bomba dimenticata da tutti e che – anche se magari non esploderà mai – è lì; il fiscal cliff americano e la possibilità – nelle ultime ore vi sono stati segnali di disgelo fra democratici e repubblicani, ma bisogna vedere quale sarà il compromesso – che da gennaio il taglio congiunto di spesa pubblica e agevolazioni fiscali faccia cadere anche gli Stati Uniti in una nuova fase recessiva.
La politica che, come ripetono Draghi e Bernanke, dovrebbe fare la sua parte, fatica a farlo. E quindi l’evoluzione dei problemi lasciati senza soluzione moltiplica le incertezze. «Uno scenario caratterizzato da tassi estremamente bassi sugli asset sicuri da un lato e da notevoli incertezze sul fronte economico e politico dall’altro, dovrebbe continuare anche nel 2013 – osserva Stefan Angele, responsabile dell’Investment management di Swiss & Global Asset Management –. In un simile contesto, molti investitori si confrontano con una situazione di vera e propria emergenza nella scelta degli investimenti più idonei. Quelli sicuri sono spesso penalizzati da una remunerazione negativa in termini reali: il potere d’acquisto subisce una lenta, ma inesorabile, erosione con la conseguenza di una massiccia redistribuzione del patrimonio dei risparmiatori ai debitori. Occorrerebbe ritrovare il coraggio di investire in asset di rischio, che però non è facile, considerando i tanti problemi irrisolti su scala globale». In questo scenario, conclude Angele, «le obbligazioni di qualità dei Paesi emergenti, le strategie total return nel reddito fisso e le azioni di aziende sane offrono opportunità di rischio/rendimento piuttosto interessanti».

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