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Il 2013 anno nero per i consumi

Un 2013 da dimenticare per i consumi. Il peggiore del dopoguerra, dopo il 2012. L’anno scorso si sperava in una ripresa della spesa invece è scivolata su un piano inclinato, eccetto quella per i cosiddetti consumi obbligati (affitti, bollette, trasporti, assicurazioni).
L’erosione del reddito reale e la disoccupazione crescente hanno imposto alle famiglie quasi un cambio culturale: rinvio delle spese non strettamente necessarie, ricerca di prodotti sostitutivi meno costosi e taglio dei beni non indispensabili (persino farmaci e giocattoli).
L’anno scorso gli italiani hanno tirato la cinghia a 360 gradi. Del resto hanno visto il reddito reale disponibile erodersi del 10,2% in sei anni e la disoccupazione salire ai massimi dal 1977. Che fare? Le famiglie hanno massacrato i beni durevoli, come arredamento, abbigliamento, elettrodomestici che hanno perso intorno ai tre punti percentuali. Si sono salvati soltanto smartphone e tablet, prodotti tecnologici su cui non si è badato a spese. Per il resto, in caduta libera giornali e riviste, intorno al 4% in un solo anno; perdono più o meno tre punti percentuali calzature e giocattoli; un po’ meno farmaceutici e casalinghi.
Meno peggio per gli alimentari, anche se in 5 anni le famiglie hanno tagliato 20 miliardi di spesa. Nella grande distribuzione, segnala Nielsen, il totale delle vendite di Iper+super+libero servizio nel 2013 è sceso fino a -2,1%. Solo i discount hanno spuntato un consolante +1,8%, ma in rallentamento rispetto al passato. Al Sud l’emorragia delle vendite ha superato il 5%, con -7% a Natale.
Quello che nuoce alle tasche delle famiglie – sostiene Federdistribuzione, l’associazione delle catene commerciali – sono i settori “protetti”. Che negli ultimi decenni hanno aumentato il costo dei servizi senza operare in un regime di vera concorrenza. Federdistribuzione stima che dal 1991 la quota dei consumi obbligati delle famiglie è balzata dal 33,5 al 47,2% dell’anno scorso; mentre le vendite al dettaglio di food e non food sono calate dal 38 al 22%; gli altri consumi (alberghi, ristoranti, viaggi, benessere spettacoli) si sono contratti dal 27,6 al 30,4%.
«Il trend dei consumi nel 2013 – dichiara Mariano Bella, direttore dell’ufficio studi di Confcommercio – è stato tra i peggiori della storia repubblicana. La pressione fiscale nel 2014, al 44,2%, è attesa in linea con l’anno prima e ciò stabilisce un altro record negativo: non solo per il picco raggiunto ma anche per la durata della pressione fiscale. L’Italia è ingessata da mille vincoli e la via della crescita è strettissima: sarebbe opportuno che si procedesse alla revisione dei trattati europei non per fare nuovo debito, ma per rilanciare gli investimenti produttivi e dare fiato agli enti locali».
La crisi ha cambiato profondamente il carrello: le famiglie anziché il manzo acquistano il pollo o il tacchino, invece della torta in pasticceria scelgono farina e uova al supermercato e rinunciano alla brioche fresca del bar per scaldare quella industriale nel microonde di casa.
L’ultimo rapporto Coop sostiene che siamo ancora nel tunnel della crisi. E ci rimarremo anche nel 2014: stima una contrazione dello 0,5% nel food e addirittura del 6% nel non food. Un arretramento che si somma al tonfo del 2012: -3,2% nel food, -6,3% nel non food. E i micro segnali di ripresa? Falso allarme, spiega il rapporto Coop: almeno per quest’anno non rappresentano un cambio di marcia, ma solo l’affievolirsi di un trend negativo. La crisi è talmente profonda che alcune fasce di famiglie iniziano a violare il tabù della qualità e della sicurezza dei consumi.

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