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«Il 2011 anno della svolta anche in Italia»

di Alessandro Graziani

«Quello che manca di più all'Italia in questa fase, è un grande progetto di rilancio del Paese. Servirebbe un clima di unità per marciare compatti in un'unica direzione, come era in Italia negli anni '60 e come avviene oggi in Paesi emergenti come la Turchia. Purtroppo, le varie forze che dovrebbero contribuire alla crescita economica sono disunite. E all'estero, il peso politico e d'immagine dell'Italia non è dei migliori. In positivo, ci apprezzano per gli sforzi di contenimento del debito e per il rigore nella finanza pubblica». Federico Ghizzoni, chief executive officer di UniCredit da poco più di sei mesi, per la prima volta accetta di parlare a tutto campo. Dal quartier generale di Roma a Palazzo De Carolis, a due passi dai palazzi della politica, Ghizzoni non si sottrae ad affrontare la dimensione politica che inevitabilmente, date le dimensioni, caratterizza un colosso bancario come UniCredit.

Dottor Ghizzoni, il Paese è diviso e l'economia cresce poco. Ma aggiungiamo anche che la reputazione delle banche è ai minimi livelli. Insomma, è anche colpa vostra?

La reputazione delle banche è bassa ovunque. Eppure io sono convinto di riuscire a far capire che UniCredit è un asset decisivo per il Paese. Serve da parte nostra un'assunzione di responsabilità e anche di leadership che, se ben esercitata, incide anche sulla reputazione. Dobbiamo essere uno dei motori del rilancio dell'economia e dell'industria italiana, aiutando le imprese a diventare grandi. In Germania ci sono tantissime imprese, non quotate e a proprietà familiare, che vanno dai 100-200 milioni fino ai 6 miliardi di fatturato. Da noi si continua con la leggenda che "piccolo è bello". Intanto la Germania cresce il doppio dell'Italia.

Si iscrive anche lei al partito del declino?

Al contrario. Io resto ottimista, perchè so che questo Paese ha grandi eccellenze e grandi potenzialità. Ma bisogna che chi ha posizioni di leadership, come noi in campo bancario, si assuma le proprie responsabilità per il Paese. E bisogna anche farlo in fretta, perché i Paesi emergenti corrono creando un gap di competitività sempre più ampio. È una partita in cui chi resta indietro, rischia molto. Uno dei temi da affrontare è quello del lavoro giovanile. Non voglio invadere altri campi, parlo di banche e faccio un esempio: da noi l'età media dei dipendenti bancari è di 45 anni, in Turchia dove abbiamo 17 mila dipendenti è di 29 anni.

È ottimista anche sulle prospettive della banca? Il 2010 è stato ancora un anno difficile. In Italia, che tuttora pesa per il 50% dei ricavi, avete addiritttura chiuso in perdita. Che previsioni fate per il 2011?

È vero, ma le azioni che abbiamo intrapreso stanno già dando risultati soddisfacenti e sono certo che il 2011 sarà l'anno della svolta per UniCredit. Il peggio della crisi è alle spalle e credo che noi siamo il gruppo bancario europeo con il maggior potenziale inespresso. Lo dimostrano i dati del primo trimestre, che presenteremo tra poche settimane, e che evidenziano un buon andamento dell'area investment banking e una ripresa sensibile dell'attività commerciale anche in Italia, dove tra l'altro si conferma la discesa del costo del credito.

Il rialzo dei tassi quanti benefici porterà ai margini reddituali?

Per noi, un rialzo dei tassi dell'1% vale 300-400 milioni di utile in più. Ma quello che più conta è che anche in Italia stiamo svoltando. Sul retail non siamo secondi a nessuno sul lato dei ricavi. E intendiamo agire sui costi, non solo attraverso i tagli ma anche con un'ottimizzazione dei processi.

L'Est Europa e la Germania continuano a tirare?

La Germania, dove siamo la seconda banca del Paese, crescerà quest'anno del 2,8%. L'Austria di oltre il 2%. E si tratta di due Paesi con rating tripla A, con evidenti vantaggi per noi in termini di costo del funding per il gruppo. In Europa dell'Est, la crescita del Pil è del 3-5% nei principali Paesi in cui siamo presenti: Polonia, Turchia, Russia.

A dieci anni dall'acquisto di Pekao in Polonia, che consuntivo può fare dell'esperienza nell'Est Europa?

Si è trattato di una scelta strategica fondamentale per UniCredit, di cui va dato merito ad Alessandro Profumo. Se guardiamo ai tassi di crescita del Pil in Italia (1-1,3%) e a quelli in Est Europa (4-5%), capiamo quanto sia fondamentale avere una presenza diversificata.

In Ucraina e Kazakistan però le cose vanno male.

È vero. Infatti stiamo lavorando per riorganizzare le banche in quei due Paesi, che oggi mostrano segnali di ripresa.

Venendo all'Italia, si parla molto di un nuovo ruolo «di sistema» dell'UniCredit nell'era Ghizzoni. Una virata netta rispetto alla banca di mercato di Profumo? Ma soprattutto: cosa intende quando parla di banca di sistema?

Premetto che noi vogliamo prima di tutto fare banca ed essere un'impresa che cresce. Per farlo dobbiamo tenere conto del contesto in cui operiamo che oggi è diverso da quello pre-crisi. Che è stata una crisi di valori, non solo una crisi finanziaria. Seconda premessa: io ho lavorato per 18 anni all'estero e da sempre sento ripetere che l'Italia è un Paese di invidualisti, che non ha capacità di fare sistema. Un Paese che perde nel confronto con francesi o tedeschi.

E allora una grande banca cosa può fare?

Torniamo al concetto di leadership e di responsabilità. UniCredit può contribuire alla crescita del Paese e del sistema economico e imprenditoriale. Contribuendo alla politica industriale. Penso ad esempio al tema principale: favorire la crescita delle imprese.

In che modo?

Abbiamo due aree su cui lavorare. La prima è di sostenere quelle aziende che hanno nel loro Dna la possibilità di effettuare un salto dimensionale. Ancora: in alcune filiere produttive e in alcuni distretti, promuovere aggregazioni tra imprese. Seconda area d'intervento: favorire l'internazionalizzazione delle aziende. È vero che siamo grandi esportatori ma tuttora il 70% delle imprese esporta in un solo Paese. Aumentare e diversificare i mercati di sbocco è fondamentale e UniCredit è il candidato naturale a favorire questo processo. Non solo nei 22 Paesi dove abbiamo fatto acquisizioni, ma anche in realtà importanti dove siamo presenti come Cina, Usa, Giappone e Regno Unito. Ovviamente, questa è una responsabilità verso il sistema-Paese ma è anche un'opportunità di guadagno per la banca e quindi d'interesse per gli azionisti.

Così si spiega il vostro impegno a fianco di Intesa Sanpaolo per evitare che la Parmalat finisca ai francesi di Lactalis?

Sì. Noi abbiamo dato disponibilità e stiamo lavorando per cercare di aggregare un progetto industriale e finanziario che consenta a una multinazionale dell'alimentare di restare con la testa in Italia. E per questo siamo disponibili sia in termini di finanziamento che di advisory.

Ma avete detto che non intendete entrare nel capitale…

Preferibilmente, noi non entriamo nel capitale delle imprese. Nel caso di Parmalat ci riserviamo di valutarlo alla fine, quando il progetto sarà definito completamente.

Insomma, siete al fianco del ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Siete d'accordo anche con la creazione di un fondo sovrano imperniato sulla Cdp e le Fondazioni?

Con Tremonti c'è un dialogo costruttivo. Il fondo sovrano è una novità positiva, ce l'hanno quasi tutti i grandi Paesi. Naturalmente, le banche non ne possono fare parte per evitare conflitti d'interesse. Siamo invece parte attiva del Fondo per le piccole medie imprese.

Il salvataggio del gruppo Ligresti rientra nella logica della banca di sistema? O è un tentativo, come qualcuno ipotizza, di ipotecare le partecipazioni strategiche in Mediobanca e Rcs?

Nel caso Ligresti, ovvero di Premafin e Fondiaria-Sai, avevamo l'urgenza di prendere decisioni. Bisognava salvare il gruppo da un possibile giudizio negativo del mercato al momento in cui sarebbe stata annunciata un'ingente perdita di bilancio, come è poi avvenuto. Era necessario cioè che FonSai annunciasse un aumento di capitale che la mettesse al sicuro. Sono soddisfatto dell'accordo raggiunto e ora potremo aiutare nella ristrutturazione di FonSai. Appena si verificheranno le due condizioni sospensive: l'esenzione Consob dall'Opa e l'ok delle altre banche alla rimodulazione del debito.

Nessuna tentazione di "protettorato" sulle quote strategiche nei salotti buoni di Mediobanca e Rcs?

La gestione delle partecipazioni resta nelle mani di Ligresti. O meglio, del consiglio di amministrazione in cui siederanno anche nostri rappresentanti. Ma saranno 3 su 18, certo non siamo decisivi. E poi, mi lasci dire: basta con il tormentone dei salotti buoni. Le aziende vanno misurate sulla base della redditività che producono.

Veniamo a Mediobanca, di cui siete il primo socio con l'8,9%. Come cambierà il patto di sindacato che scade a fine anno?

Siamo un azionista importante di Mediobanca e dobbiamo farci un'opinione se e come il patto vada cambiato. Diciamo che ora siamo ancora in una fase ricognitiva, vogliamo chiarirci prima le idee noi e poi dialogare con gli altri soci e con il management di Mediobanca.

L'amministratore delegato di Piazzetta Cuccia Alberto Nagel in più occasioni ha detto che sarebbe auspicabile ridurre il peso del patto, che oggi vincola il 44,6%. È d'accordo?

Con Nagel il rapporto è ottimo. Vediamo in che modo potremo contribuire ad aiutare il management di Mediobanca a valorizzare il nostro investimento.

Mediobanca ha svolto un ruolo decisivo nell'uscita di Cesare Geronzi dalle Generali. Che cosa succederà ora a Trieste?

I manager della compagnia hanno ora maggiore tranquillità e stabilità nella governance. Questo li metterà nelle condizioni di concentrarsi sul business e cercare di raggiungere e superare i risultati reddituali dei grandi competitor europei Allianz e Axa.

Da azionista forte di Mediobanca, che realizza quasi metà dell'utile proprio dalla partecipazione in Generali, crede che la compagnia di Trieste possa avviarsi a una svolta in termini di redditività?

Credo che le Generali, per il posizionamento strategico che hanno, abbiano delle potenzialità enormi e dovrebbero diventare il banchmark europeo in termini di redditività. Ora che la governance si è chiarita, il management ha più responsabilità. E non ha più alibi.

Che ne pensa delle critiche sul patrimonio immobiliare e sull'affare nella Repubblica Ceca con Peter Kellner?

Non ho gli elementi per dare un giudizio dettagliato.

Il triangolo azionario che da UniCredit va a Mediobanca e da qui a Generali, si chiuderà con l'ingresso della compagnia nel capitale di UniCredit?

È un tema di cui non si è mai discusso. Vedremo in futuro. Quello che auspico è la possibilità di sviluppare insieme a Generali il business industriale. Tenendo conto, naturalmente, degli accordi che già abbiamo con i nostri attuali partner-azionisti: Aviva, Allianz ed Ergo-Munich Re.

A proposito di grandi azionisti, ai fondi sovrani libici avete congelato diritti di voto e diritti patrimoniali. Ci sono novità sul versante delle loro quote?

In questa fase, e finchè non ci sarà in Libia un Governo riconosciuto dalla comunità internazionale, le loro quote resteranno congelate. Staccheremo il dividendo, ma non potranno incassarlo e i loro proventi resteranno in custodia presso le autorità competenti.

Tra i grandi soci ci sono anche le Fondazioni. La settimana scorsa si sono riunite ed è emersa preoccupazione per la possibilità di aumento di capitale. Lei continua a negarlo, eppure i soci ne parlano. Come mai?

Dall'inizio della crisi, UniCredit ha già fatto due aumenti di capitale. In questa fase non riteniamo di chiedere altri capitali ai soci. Ho già detto con chiarezza che noi siamo a posto. Con la generazione interna di capitale saremo all'8,4% di Core Tier 1 nel gennaio 2013, data di avvio di Basilea 3 e quindi ben al di sopra dei requisiti regolamentari.

Forse qualcuno ipotizza che, come successo con Intesa Sanpaolo e Mps, alla fine le Autorità premano perchè anche voi annunciate la ricapitalizzazione prima degli stress test di giugno?

Noi con gli stress test andiamo via lisci. Nè abbiamo alcuna pressione da parte delle Autorità che legittimamente si preoccupano di evitare una situazione simile alla Spagna, dove le difficoltà delle banche hanno causato timori sul debito sovrano. Ma non è tema che ci riguarda, nè come UniCredit nè come Paese.

Quindi il suo è un no definitivo?

Per ora è no. Punto. Poi a fine anno è evidente che faremo nuove valutazioni, quando il quadro regolamentare sarà completo. Non sappiamo se saremo inclusi tra le banche di interesse sistemico (Sifi), nè quali saranno i target richiesti in termini di capitale e di liquidità. Nè se, e in che misura, le Autorità valideranno nel common equity strumenti nuovi come i Coco-bonds. Nel frattempo, contiamo di generare utili per incrementare il Core Tier 1. E dopo l'estate presenteremo il nuovo business plan triennale, a cui stiamo lavorando, che avrà impatti positivi sul capitale con l'ottimizzazione dei risk weighted assets e la individuazione dei non core assets.

Tra questi ultimi non c'è più Pioneer. Quali attività sono in vendita?

Su Pioneer prenderemo la decisione formale nei prossimi giorni, ma è vero che abbiamo ritenuto non soddisfacenti le offerte per valorizzare la società e quindi ora l'orientamento è di mantenerla all'interno del gruppo. Altre cessioni sono possibili. Non è un mistero che stiamo rivedendo il nostro modo di essere in alcune realtà dell'area Cee. Per esempio, il modo di operare nei Paesi baltici potrebbe essere rivisitato. Ma quando parlo di riduzione degli rwa, mi riferisco anche alla dismissione di alcuni assets finanziari della divisione investment banking.

Prima ha detto che UniCredit è un grande asset del Paese. Oggi valete in Borsa 35 miliardi di euro. E siete contendibili. Vi ritenete un possibile target di banche estere?

A livello teorico sì. Basti pensare che il 100% di Pekao vale quasi 12 miliardi. E altri 10 miliardi circa vale Yapi-Kredi in Turchia. UniCredit vale molto di più della somma delle parti. Ma in questa fase non credo a un take over. E nel frattempo lavoreremo per aumentare sensibilmente la capitalizzazione e fare emergere tutto il potenziale di UniCredit.

 

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