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Ikea scopre il «made in Italy»

di Francesca Basso

MILANO — Competenza. Impegno. Capacità di produrre articoli caratterizzati da una qualità migliore e a prezzi più bassi dei loro concorrenti asiatici. Sono gli assi nella manica dei fornitori italiani di Ikea, parola dell'amministratore delegato del gruppo in Italia Lars Petersson. Tanto che il colosso svedese dell'arredamento annuncia di aver spostato tre produzioni dall'Asia al nostro Paese. Il comparto cassettiere era già stato assegnato di recente ad aziende piemontesi, ora arriveranno le rubinetterie e i giocattoli (i contratti sono appena stati siglati). È in un certo senso la rivincita del «made in Italy».
Ma se si guardano i numeri, non si può certo parlare di rivoluzione. Nel 2011 i fornitori italiani erano 24 e coprivano la produzione dell'8% dei mobili e complementi d'arredo venduti da Ikea nel mondo. Il mercato italiano rappresenta solo il 7% del volume delle vendite mondiali del gruppo svedese. Le produzioni che arriveranno dall'Asia incrementeranno il numero di aziende italiane che lavorano per gli scandinavi. Per ora i punti vendita, che quest'anno saliranno a 20, la logistica e l'indotto occupano nel complesso circa 11 mila persone.
A volere un po' esagerare, siamo di fronte a una delocalizzazione al contrario. L'inversione di tendenza ai «danni» degli imbattibili asiatici — che fino a qualche tempo fa (e in molti settori è ancora così) vincevano tutte le sfide della concorrenza con le nostre aziende — può essere sintetizzata con la formula «arredamento a chilometro zero», parafrasando l'espressione usata per i prodotti agricoli. «Non saranno proprio mobili a chilometro zero, magari saranno 500 chilometri, però il senso è quello», spiegano da Ikea Italia. E se gli svedesi hanno scelto di produrre da noi è semplicemente perché a loro conviene.
I fattori che hanno determinato questo cambio sono tre. I costi della logistica: «Le materie prime e i trasporti sono aumentati notevolmente — argomentano gli svedesi —. Sui prodotti più piccoli, ad esempio i complementi d'arredo, la logistica può superare il 50 per cento del costo di produzione. Certo, questo discorso non vale per una libreria o un armadio». Il secondo elemento è qualitativo: «L'Italia ha una storia di grandissima produzione e di qualità. Se il prodotto è cattivo aumentano i reclami e c'è in più un costo di immagine. Prendiamo la classica libreria Billy: ovviamente non abbiamo un solo produttore. Dal codice a barre possiamo risalire a chi l'ha fatta: gli italiani sono quelli che ricevono il numero più basso di reclami. Inoltre si contraddistinguono per flessibilità e per la capacità di rispondere bene ai tempi di una commessa». Infine pesa il costo finale: «È evidente che se i rubinetti di Novara sono stati preferiti a quelli asiatici è per il prezzo finale. Da noi i salari sono rimasti fermi, lì il costo del lavoro sta aumentando e anche questo differenziale comincia a contare».
Le nuove produzioni probabilmente non sposteranno grandi numeri («non siamo ancora in grado di quantificare — ammettono all'Ikea — perché i volumi in arrivo da questi nuovi fornitori dipenderanno dalla domanda»), tuttavia sono il segnale di un possibile cambiamento in atto. L'Italia ha storicamente un valore particolare per Ikea, il gruppo svedese ha trovato i propri partner proprio in quelle regioni in cui ci sono i maggiori distretti del mobile: il 38% degli acquisti nel nostro Paese viene dal Veneto, il 30% dal Friuli e il 26% dalla Lombardia. Nel 2011 con un miliardo di euro di acquisti il gruppo svedese si è aggiudicato il titolo di primo cliente della filiera italiana dell'arredamento. Il settore di maggiore successo è rappresentato dalle cucine «made in Italy»: una su tre di quelle vendute nel mondo è prodotta da noi. Resta il fatto, però, che quasi un quarto degli acquisti Ikea li fa ancora in Cina. Poi viene la Polonia. Noi siamo solo terzi in classifica.
 

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