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Ifil-Exor, condannati Gabetti e Grande Stevens

Gian Luigi Gabetti e Franzo Grande Stevens sono colpevoli del reato di aggiotaggio informativo per aver mentito alla Borsa in occasione dell’operazione di equity swap che nel 2005 consentì alla famiglia Agnelli di mantenere il controllo della Fiat. La Corte di appello di Torino ha condannato i due manager alla pena di un anno e quattro mesi ribaltando una precedente assoluzione in primo grado che la Cassazione, su richiesta della Procura, aveva respinto per difetto di motivazione rimandando il processo al grado di giudizio inferiore. La Corte presieduta da Roberto Pallini ha assolto le finanziarie coinvolte nell’inchiesta, la Ifil (oggi Exor) e la Giovanni Agnelli Sapaz, l’accomandita della famiglia. Nessun risarcimento è stato riconosciuto alle parti civili.
Secondo i giudici dunque Grande Stevens e Gabetti, il primo nel suo ruolo di avvocato consulente di Ifil e il secondo nel ruolo di presidente di Ifi e Ifil, mentirono al mercato il 24 agosto 2005 quando, rispondendo alla richiesta della Consob, scrissero un comunicato per sostenere che non erano «in atto, né allo studio», iniziative sui titoli Fiat. In realtà da tempo i due professionisti avevano studiato la possibilità di utilizzare le azioni Fiat rastrellate in quei mesi da Merryl Lynch per un equity swap con la vecchia Exor (quella con sede in Lussemburgo). Le azioni avrebbero consentito alle due finanziarie degli Agnelli di rimanere al di sopra della quota di controllo del 30% della Fiat anche nel caso in cui le banche creditrici avessero esercitato il loro diritto di trasformare il loro credito di tre miliardi di euro in titoli del gruppo del Lingotto.
Ieri mattina, intervenendo con dichiarazioni spontanee prima che la Corte si ritirasse in Camera di Consiglio, sia Gabetti che Grande Stevens hanno difeso il loro operato. Gabetti ha ricordato che in 65 anni di vita professionale nei quali non è «mai stato colpito da qualsivoglia condanna». Grande Stevens ha affermato di aver agito nella vicenda come libero professionista. Appresa la condanna lo stesso Grande Stevens si è detto amareggiato e l’ha definita «un provvedimento inimmaginabile».
Il reato a cui sono stati condannati Gabetti e Grande Stevens si prescrive lunedì prossimo. Ma i termini si sospenderebbero se la Corte accogliesse uno dei ricorsi
contro la sentenza di appello. Ieri la Consob ha già annunciato il suo. Come pena accessoria i due professionisti sono stati condannati a un anno di interdizione dai pubblici uffici. Grande Stevens non potrà esercitare per lo stesso periodo di tempo l’attività forense.
Per una singolare coincidenza, nella stessa giornata della condanna dei due manager Fiat, i pm di Milano hanno invece chiesto l’assoluzione di Margherita Agnelli dalle accuse di tentata estorsione ai danni del suo ex avvocato Emanuela Gamna. Nel motivare la richiesta di archiviazione delle accuse, i pm Eugenio Fusco e Gaetano Ruta, hanno ipotizzato «l’esistenza di un immenso patrimonio le cui dimensioni e dislocazione territoriale non sono mai stati compiutamente
definiti in capo del defunto Giovanni Agnelli». E’ una frase che sembra confermare le accuse di Margherita Agnelli. A supporto di questa tesi i pm milanesi portano le dichiarazioni di un ex managing director di Morgan Stanley, Paolo Revelli, secondo il quale presso la filiale di Zurigo dell’istituto esisteva «una provvista direttamente riferibile all’Avvocato Agnelli compresa tra 800 milioni e il miliardo di euro» amministrata dall’avvocato svizzero, Siegfried Maron, uno dei legali coinvolti da Margherita nella vertenza per l’eredità. Da quel conto di Morgan Stanley era stata prelevata la somma di 109 milioni di euro versata nel 2004 in cambio della rinuncia della figlia di Agnelli a ogni altra pretesa ereditaria.

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