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Idea della Cgil “Pensione di garanzia per giovani e precari”

Da grande rimossa nel dibattito pubblico a emergenza. La pensione di garanzia dei giovani torna sul prossimo (imminente) tavolo di confronto con il premier Draghi sulla revisione della riforma Fornero. Ce la porteranno i sindacati che sperano stavolta di includerla nelle soluzioni e non nel problema della flessibilità in uscita. Partendo da un dato: le carriere intermittenti, i part-time involontari, i buchi tra un contrattino e l’altro, gli stipendi bassi che descrivono da un paio di decenni il mercato del lavoro italiano produrranno pensioni povere. Questo momento si avvicina. E riguarda anche chi giovane non è più.Ma cosa si intende per “pensione di garanzia” e perché è necessario affrontare il tema oggi, prima che sia troppo tardi? Negli ultimi anni si sono affacciati proposte e studi. Tutti partono dal quadro che si andrà affermando quando si andrà in pensione per intero col sistema contributivo, incassando cioè null’altro che i contributi versati e rivalutati. Accadrà di sicuro dal 2035 per i post- 1996, quanti cioè hanno iniziato a lavorare dal 1996, nel dopo riforma Dini.Le vie d’uscita saranno quattro e tutte impegnative perché i loro requisiti sono mobili e crescono con la speranza di vita. Ci sarà una pensione anticipata che si può stimare a 66 anni (dai 64 di oggi) con 20 di contributi, ma solo se la pensione è 2,8 volte l’assegno sociale (oggi circa 1.300 euro). Una pensione di vecchiaia a 69 anni (oggi 67) con 20 di contributi, ma solo se pari a 1,5 volte l’assegno sociale (oggi circa 700 euro). Una pensione di vecchiaia a 73 anni con almeno 5 anni di contribuzione. E una pensione anticipata con 44-45 anni di contributi, a prescindere dall’età (oggi siamo a 41-42 anni e 10 mesi).Si intuisce che la strada è in salita per tanti che oggi lavorano a intermittenza e malpagati. I vincoli d’accesso – 2,8 e 1,5 volte l’assegno sociale – rischiano di tenere fuori molti che pur avendo età e contributi non hanno maturato assegni abbastanza “ricchi”. C’è poi un dettaglio non da poco: per i giovani e meno giovani di oggi, totalmente contributivi, non esiste integrazione al minimo (oggi 515 euro). Di qui la necessità di una pensione di garanzia per tutelare chi dovrà aspettare (a lungo) assegni molto poveri.L’elaborazione più interessante, anche grazie al contributo dell’economista Michele Reitano, al momento è quella della Cgil. L’ipotesi è di integrare tutte le pensioni future che non arrivano a una soglia tipo o benchmark, elaborata secondo alcune ipotesi (ad esempio a partire dal 60% di un reddito medio). L’integrazione – a carico dei conti pubblici – scatterebbe solo al raggiungimento dei requisiti di legge per uscire (età più contributi o solo contributi). Ma le soglie di accesso (2,8 e 1,5 volte l’assegno sociale) fino a quando non saranno cambiate spingeranno molti a poter chiedere la pensione di garanzia solo da over 70 o con molti contributi accumulati (44-45 anni) da redditi poveri, come per i tanti part-time involontari delle donne o per una vita di lavoretti.Nella proposta della Cgil si darebbe poi una valorizzazione contributiva anche a una parte dei “buchi” accumulati nel tempo: per studio, formazione, politiche attive, maternità, congedi per cura, salti tra un contrattino e un altro. «La pensione di garanzia non è un sussidio, non è un regalo, non deve andare a tutti, ma solo a chi ne ha bisogno», spiega Ezio Cigna, responsabile previdenza della Cgil. «Serve ora per incentivare chi lavora a stare in regola e per avere un domani dignitoso. Poi certo molte cose vanno ripensate, a partire dalle soglie di accesso del 2,8 e 1,5».

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