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I voucher prendono quota tra i giovani

Apprendistato: -51%. Tempo indeterminato: -26%. Contratti a termine: -16%. Collaborazioni: -35%. Tutto nel giro di due anni. Tra tante spie rosse sulla cartina dell’occupazione giovanile, l’unico segnale positivo arriva dal lavoro accessorio: +142% nel biennio 2011-2013. In tempi di crisi e di grande difficoltà nel trovare un impiego, i “mini-job” pagati con i voucher portano una boccata di ossigeno alle nuove generazioni, che riescono a racimolare qualche entrata: nel 2013 hanno incassato 9,7 milioni di buoni, secondo l’elaborazione del Centro studi Datagiovani sull’archivio Inps, circa 500 euro a testa. Piccoli sprazzi di luce, anche se di certo non rappresentano la soluzione alla disoccupazione giovanile.
Raggio d’azione allargato
I buoni, introdotti nel 2008, sono stati pensati per le attività stagionali – in primis agricoltura, turismo, commercio e servizi – e come veicolo di emersione di lavoro in nero. E se all’inizio andavano per la maggiore tra gli ultrasessantacinquenni (44%), con i giovani bloccati sotto la soglia del 13%, oggi gli under 40 sono la maggioranza (63,5%), con il 44% di minori di 30 anni. Un effetto positivo della riforma Fornero del 2012 che ha allargato il campo di applicazione dello strumento, prima vincolato quasi esclusivamente al settore agricolo o a certi periodi dell’anno (festività o vacanze estive). Il risultato è che il numero di lavoratori under 30 è passato dagli 86.500 del 2011 a quasi 210mila nel 2013, con una crescita del 39% nell’ultimo anno (rispetto a un +32% generale) e del 142% in un biennio.
Passando in rassegna le attività in cui sono stati impiegati i giovani, quelle agricole, di giardinaggio e pulizia o i lavori domestici vedono una presenza sparuta sul totale dei lavoratori (intorno al 20%). Il peso maggiore è nelle attività commerciali e turistiche, dove gli under 30 rappresentano oltre la metà dei lavoratori occasionali con ritmi di crescita elevati (rispettivamente +63% e +141% l’anno). Comparti dove i giovani hanno intascato in media poco più di 400 euro. Somme più elevate per chi si è occupato di lavori domestici (600 euro) e per chi ha operato a negli enti locali: circa 649 euro a testa anche se si tratta di appena 2.400 “fortunati”.
Il trend complessivo
A livello generale la “corsa” dei voucher è a ritmo sostenuto: si è passati da poco più di 15 milioni di ticket staccati nel 2011 agli oltre 40 milioni del 2013. Nei soli primi 6 mesi del 2014 ne sono stati venduti circa 27 milioni e mezzo, portando lo stock complessivo (calcolato dal 2008) a quota 120,7 milioni. E basandosi sulle tendenze del passato, si può stimare che a fine anno saranno oltre 67 milioni i buoni in tasca dei possibili committenti, il 65% in più rispetto al 2013. L’exploit, però, nasconde una marcata frattura territoriale: in quattro regioni del Nord si concentra oltre la metà dei voucher riscossi (Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna), mentre al Meridione lo strumento stenta a decollare (non si arriva al 13% dei buoni usati).
Cartacei o telematici, i voucher contengono una quota di retribuzione, ma anche contributi. Del valore nominale di 10 euro, il 13% va alla gestione separata Inps, il 5% rimane sempre all’Istituto per la gestione del servizio e il 7% spetta all’Inail per l’assicurazione sugli infortuni. Se si guarda all’intero periodo agosto 2008 – giugno 2014, il sistema dei voucher ha “movimentato” più di 1,2 miliardi di euro. In realtà, il giro d’affari è ancora più ampio. A seconda del canale di acquisto ci sono infatti delle spese da sostenere, eccezion fatta per le operazioni effettuate presso le sedi Inps o per via telematica. Dal tabaccaio si paga infatti 1 euro (a prescindere dal numero di buoni presi), lo stesso importo è dovuto agli sportelli bancari, mentre in posta la commissione sale a 2,50 euro (per comprare fino a 25 buoni).

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