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I vertici Saipem a Consob: profit warning inevitabile

È un piccolo rimbalzo tecnico dopo il forte arretramento dei giorni scorsi, ma spicca nel lunedì nero di Piazza Affari con i titoli del paniere principale che hanno chiuso in territorio negativo fatta eccezione appunto per Saipem: 8,3 milioni di pezzi passati di mano per la società che ha archiviato la seduta con un rialzo dello 0,55%, a 20,2 euro. «Su Saipem – osserva un trader – c’è stato forse un eccesso di revisione al ribasso da parte degli analisti e qualcuno ora sta cambiando atteggiamento». Come Société Générale: ieri ha alzato il rating a “buy” da “hold”, con target price a 25 euro, ritenendo ancora valida la capacità di generare profitti del gruppo che sta cercando di uscire dalle secche del profit warning (si veda pezzo in pagina).
Proprio la pesante revisione dei target annunciata la scorsa settimana e la comunicazione al mercato sono stati al centro dell’incontro che si è tenuto ieri in Consob tra i tecnici dell’ufficio insider trading presieduto da Giovanni Portioli e i vertici del gruppo. Un confronto molto approfondito, durato oltre due ore, nel corso del quale l’ad di Saipem, Umberto Vergine e il cfo, Stefano Goberti, hanno ribadito la piena trasparenza dell’iter che ha portato a rivedere le stime e sottolineato «che quella disclosure era inevitabile». L’ad ha quindi ripercorso i tasselli già illustrati agli analisti durante la conference call che aveva seguito il board di martedì scorso e il percorso interno che ha preceduto la comunicazione: il cda che ha approvato il budget 2013 e, a stretto giro, il comunicato stampa con l’indicazione del successivo appuntamento con gli operatori per chiarire le ragioni della decisione.
Portioli e i suoi collaboratori hanno ascoltato la ricostruzione dei vertici di Saipem per cercare di far luce sul mega-collocamento effettuato da BofA-Merrill Lynch esattamente ventiquattr’ore prima del profit warning. Vergine ha ribadito la linea: i vertici del gruppo – come aveva già spiegato in una intervista rilasciata sabato al Corriere della Sera – non erano a conoscenza dei piani di Bank of America e della volontà di piazzare 10 milioni di azioni sul mercato.
L’audizione è dunque servita a sciogliere alcuni interrogativi nell’ambito del percorso che la Consob ha avviato per verificare se dietro il private placement targato BofA-Merrill Lynch si nasconda un abuso di mercato. La pista su cui si sta concentrando l’attenzione dell’Authority guidata da Giuseppe Vegas – che lavora in stretto raccordo con la sua omologa inglese, la Fsa, la Financial Services Authority – porta dritto a un fondo d’investimento nonostante le smentite in successione dei giorni scorsi: prima Fidelity – l’unico azionista che, in base alle comunicazioni Consob, detiene oltre il 2% insieme all’Eni – e poi Blackrock che non ha commentato le indiscrezioni su un suo possibile coinvolgimento e che resta sotto osservazione. Tutti gli indizi farebbero infatti pensare a un fondo che sta tra il 2 e il 5% e che, in base alla normativa comunitaria recepita l’estate scorsa, non ha l’obbligo di comunicare le sue quote. Meno plausibili risultano invece altre strade inizialmente considerate dalla commissione. La prima è quella di un compratore che ha acquisito il pacchetto poco prima di cederlo e che non avrebbe comunicato l’operazione alla Consob avvalendosi del termine dei cinque giorni di Borsa aperta entro i quali, secondo il regolamento emittenti, è necessario rendere noto il superamento della soglia rilevante del 2% nel capitale di una società quotata. L’altra chiamerebbe in causa più soggetti, tutti sotto la quota del 2%, che contemporaneamente hanno chiesto a BofA di collocare i loro pacchetti. Ma entrambe le ipotesi sono state accantonate.

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