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I «trust interni» rimangono regolati dalla legge straniera

La fortuna dei trust in Italia tende a porre in secondo piano un fondamentale dato giuridico: si tratta di istituti giuridici stranieri, che stranieri rimangono anche se utilizzati in un contesto del tutto interno al nostro ordinamento giuridico. La denominazione corrente – «trust interni» – sottolinea che questi trust vivono all’interno del sistema italiano, ma questo non significa che si tratti di «trust italiani». Un trust interno, quindi, non può essere considerato valido se la legge straniera dalla quale esso è disciplinato lo consideri per avventura nullo (non è vero il contrario, perché possono sussistere ragioni di diritto italiano che rendono nullo o inefficace un trust che nel paese di origine sia invece perfettamente valido e efficace).
Tutti oramai sanno che non esiste “un” diritto dei trust perché sono numerosissimi gli ordinamenti giuridici che conoscono e disciplinano l’istituto per mezzo di leggi e regolamentazioni che presentano differenze fra loro. Per esempio, un trust per tutelare la vita umana contro i regimi dittatoriali, può essere valido a New York, ma radicalmente nullo a Londra.
Dinanzi a un panorama mondiale variegato, la Convenzione de L’Aja sulla legge regolatrice e il riconoscimento dei trust (1° luglio 1985) ha scelto di definire quando un rapporto giuridico può essere considerato trust ai fini della Convenzione e cioè quando a un rapporto giuridico si applicano le disposizioni della Convenzione; non ha invece definito quando un rapporto giuridico è un trust, né lo avrebbe potuto. Esistono, quindi, trust pacificamente tali in un ordinamento straniero (per esempio, il «blind trust» per uomini politici) che non sono trust per la Convenzione, così come esistono rapporti negoziali che nel paese di origine nessuno penserebbe mai di chiamare trust, mentre tali essi sono per la Convenzione (per esempio, i nostri mandati a società fiduciaria).
Costituisce un irrimediabile errore, tale da viziare qualsiasi conseguente ragionamento, la confusione fra la definizione di «trust» nella Convenzione e la definizione di «trust» tratta da un ordinamento giuridico o ricavata dal raffronto di più ordinamenti. Non sembrano avere evitato questo errore le recenti ordinanze della sezione sesta civile della Corte di cassazione, ove si legge che i trust nei quali il disponente si proclama trustee (detti «autodichiarati») non sono trust perché al di fuori della “definizione” offerta dalla Convenzione e quindi estranei alla fisionomia dell’istituto. Ebbene, è fuori di dubbio che i trust autodichiarati sono trust e lo sono in tutti gli ordinamenti stranieri che conoscono l’istituto; si può discutere se essi siano o meno soggetti alla Convenzione, ma nessuno ha mai contestato che si tratti di veri e propri trust.
Gli studiosi della comparazione giuridica hanno da molto tempo osservato un ricorrente effetto di un fenomeno, variamente denominato «circolazione di modelli» o «flussi giuridici»: i giuristi dell’ordinamento ricevente adattano ciò che viene da fuori e tendono a gestirlo con gli strumenti per loro più consueti. Si tratta di una struttura culturale che si manifesta anche nel linguaggio: i termini di altre lingue che entrano nell’uso comune perdono la pronuncia originaria e certamente non ne vengono mantenuti i fonemi senza corrispondenza.
Questo addomesticamento non è lecito nel campo del trust per la ragione che qualsiasi trust è sottoposto a una legge diversa dalla legge italiana. Non tocca al giurista italiano disegnare la fisionomia perché la fisionomia è necessariamente quella tracciata dal diritto straniero – per la precisione dallo specifico diritto straniero che disciplina lo specifico trust – e il nostro compito è allora solo quello di studiare i diritti stranieri e applicarli.
Questo irriducibile limite non è stato percepito dalla giurisprudenza della Corte di cassazione, non solo in materia tributaria. Le Sezioni penali hanno dettato criteri, specialmente circa il rapporto fra il disponente e i beni in trust, che solo vagamente e solo qualche volta trovano riscontro nei diritti stranieri; per il resto si tratta di assonanze intuitive e di pre-comprensione di principi e di regole che, in quanto notoriamente lontani dai principi e dalle regole del diritto italiano, non possono essere oggetto di procedimenti cognitivi così poco verificabili. Non è possibile italianizzare i trust come abbiamo italianizzato, per esempio, le elezioni primarie perché i trust, interni quanto si vuole, rimangono pur sempre soggetti alle leggi straniere, le disposizioni delle quali il giudice italiano è tenuto a applicare.

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